Camusso: la crescita ci sarà se si crea occupazione

By: CGIL Nazionale – All Rights Reserved

A chi dice «facciamo le riforme e poi arriverà la crescita» Susanna Camusso replica: «creiamo il lavoro e simultaneamente arriverà la crescita». L’unica vera riforma per l’Italia di oggi è quella della creazione di posti di lavoro e della difesa di quelli esistenti. «Per la CGIL c’è l’idea che il compito principale della Repubblica sia abbassare il numero dei tre milioni di disoccupati attuali». Questa dovrebbe essere l’ossessione del governo. Mentre nel Paese si parla d’altro: dalle riforme istituzionali a quella della Pa, per arrivare all’ormai stantio dibattito sull’articolo 18. A chi proclama il rinnovamento, la leader cigiellina chiede tre pilastri: flessibilità per creare lavoro, investimenti delle aziende pubbliche e un diverso atteggiamento nei confronti delle imprese che vendono agli stranieri.

Lei non crede che le riforme servano appunto a questo? «Io credo che sul tavolo del governo dovrebbero esserci le misure e le politiche per dare lavoro. Una proposta keynesiana pura e semplice, nulla di più. L’attività quotidiana dell’esecutivo dovrebbe essere questa, perché continuare ad annunciare rivoluzioni, che dovrebbero portare alla crescita, non sta funzionando».

Di cosa ci si dovrebbe occupare? «Al di là della discussione sulle riforme, bisogna mettere sotto la lente del governo il rischio deindustrializzazione del Paese, che oggi è senza precedenti e non ha ragion d’essere. La scelta di Thyssen è una scelta di dislocazione diversa degli impianti, di progressivo disimpegno dal nostro Paese. Un governo dovrebbe parlare di questo con la Germania. C’è un piano sulla siderurgia europeo, noi italiani come ci presentiamo? Alla fine, se da noi continuiamo a tagliare posti e produzioni a soffrirne sarà la nostra bilancia commerciale e l’intera nostra economia. E’ su questo che bisogna alzare i toni in Europa. Aggiungo il caso Eni a Gela. Abbiamo bisogno di utili delle aziende o di vendere quote. Non sarebbe opportuno reinvestire questi utili per creare posti di lavoro? Già sento risuonare l’obiezione: così non si diminuisce il debito. A questo rispondo: il debito sta aumentando ora per colpa della mancanza di lavoro».

Ma avete mai parlato con il premier di questa idea da portare in Europa? «Scusi, parlato? E dove? Manca un luogo per fare questo. Ma il punto è un altro. La nostra idea è che il compito della Repubblica è abbassare il numero di 3 milioni di disoccupati. Ormai sta crescendo il numero di famiglie in cui non c’è alcuna occupazione. Per carità: ben vengano le misure di contrasto alla povertà. Ma non si riparte se non si creano posti di lavoro. Ai 3 milioni andrebbero aggiunti poi i 600mi1a in cig in deroga e tutti quei lavoratori delle aziende in crisi».

Il governo che ruolo potrebbe avere? «Il governo deve dire, ad esempio, come si risolvono i casi Thyssen e Eni. L’esecutivo ha ben utilizzato la vertenza Electrolux per varare una norma a difesa dell’occupazione. Si dovrebbe proseguire su quella strada e finanziare i contratti di solidarietà, per allargare la base occupazionale e aumentare la distribuzione del lavoro. Si utilizzino tutte le misure utili a aumentare la domanda di lavoro. La riforma più urgente per noi è questa: mettere al lavoro più persone. Ricordo che grazie a una legge varata da un ministro del lavoro del governo Berlusconi in Italia si decontribuisce lo straordinario. Ecco, finiamola con queste norme che non hanno prodotto nulla e cominciamo a distribuire lavoro a più persone».

È la vecchia storia di lavorare meno, lavorare tutti? «Lasci perdere gli slogan non è proprio il momento di fare discussioni ideologiche come ancora qualcuno con la testa rivolta al passato tenta di fare in questi giorni in commissione Lavoro del Senato, ancora sull’articolo 18. So anche che il presidente del consiglio è allergico a tutto quello che appartiene al tempo che fu. Diciamo allora che vogliamo cambiare agenda, vogliamo cambiare la legge Fornero sulle pensioni dando più flessibilità ai lavoratori per consentire ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, come sarebbe utile più flessibilità oraria. Sull’età pensionabile in molti in Europa stanno rivedendo le vecchie posizioni. Noi siamo gli unici che credono ancora di dover indicare un’età fissa, e anche alta, per il pensionamento. Si riveda questa politica, si utilizzino tutti gli strumenti utili, si pensi a un piano siderurgico per l’industria pesante, si rifletta sugli utili da reinvestire, si pensi ai costi dell’energia.Il rapporto con l’Europa deve fornire risposte alle crisi industriali».

La mancata crescita italiana è dovuta a fattori esogeni, come le crisi geopolitiche. Non crede che Renzi abbia ragione a chiedere un piano a livello europeo? «Certo che serve l’Europa, su questo noi siamo sempre stati convinti. Ma intanto da noi la crescita della disoccupazione è più rilevante che negli altri paesi, e l’aumento del debito è figlio proprio di questo, cioè della forte riduzione dei redditi a disposizione delle famiglie. Anche l’intervento degli 80 curo, che pure sono una misura che abbiamo sostenuto, non si sta rivelando espansiva perché manca il lavoro. Andando avanti così si perde pezzo dopo pezzo l’intero tessuto produttivo, dopo di che non avremo più la forza di ripartire. Per questo bisogna che l’esecutivo difenda la manifattura, che non è una cosa astratta, e soprattutto il lavoro. In questo senso bisogna modificare il rapporto tra debito e ricchezza aumentando la capacità fiscale. Se non si fa questo cambio di passo, vedo incombere l’aumento delle diseguaglianze e il rischio povertà».

Il premier può dire che ha varato le norme per vietare il trattenimento in servizio dei dipendenti pubblici proprio per consentire nuove assunzioni. Sarebbe una misura che va in quella direzione. «Per come l’hanno scritta vale un migliaio di posti. Noi abbiamo giudicato quella della Pa una riforma sbagliata, che riporta l’amministrazione nella sfera della politica. E’ l’opposto della modernità e dell’efficienza».

Altro punto per Renzi è la garanzia giovani. «Lo strumento è utile, ma se poi non vengono inserite le misure per allargare la base occupazionale, come la solidarietà, questa misura, se le decine di migliaia di giovani che si sono iscritte non vedranno un lavoro, rischia di diventare un boomerang di creare nuovo scoraggiamento invece che nuova speranza».

Il premier indica Indesit e Alitalia come l’arrivo di investimenti stranieri. «Faccio notare che non si conosce il piano industriale della Whirlpool, e su Alitalia c’è il tema della riduzione delle attività dell’azienda. Quando si acquista una società in ballo non ci sono solo i soldi, ma anche i piani industriali, il bilancio dei costi e dei benefici».

Il premier vuole superare la concertazione, e a quanto sembra nessuno la rimpiange. Avete fatto qualche errore voi? «Il sindacato ha fatto molte cose di cui nessuno parla: ha creato il bollino blu per garantire che le produzioni agricole siano fatte nel rispetto delle normative su lavoro, ha difeso i lavoratori dei cali center che sono tra i meno tutelati. Se questo non si vuole vedere, ne prendo atto. Chi parla di concertazione parla di un passato che ha dato risultati ma che da molti anni non c’è più e per altro che nessuno rivendica».

La polemica non vi tocca? «Guardi il Paese soffre in una crisi senza precedenti. Manca il lavoro, per i giovani prima di tutti. Il governo per rispondere a queste emergenze può adottare le misure che ho appena delineato. Il resto, in gran parte, come a volte dice il presidente del consiglio è solo fuffa!»

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