Camusso: quelle tutele da allargare

By: Sara – All Rights Reserved
[quote by=”Susanna Camusso”]Con il 25 ottobre inizia una stagione di conquista di un cambiamento della politica economica del Paese [/quote]

Intervista a Rassegna Sindacale.
Non usa giri di parole la segretaria generale della Cgil, quando parla della decisione adottata dal direttivo nazionale della sua confederazione, riunito il 27 settembre a Bologna, di indire una giornata di mobilitazione nazionale finalizzata a promuovere le proposte del sindacato sul lavoro e in particolare sull’estensione dei diritti a tutte le lavoratrici e i lavoratori.

Camusso: La piattaforma che il nostro direttivo nazionale ha varato lo scorso sabato è impegnativa, perché rivendica scelte di politica economica volte a dare una risposta alle grandi emergenze del paese, a cominciare da quelle della mancanza di lavoro, della nuova emigrazione giovanile, della precarietà, fornendo a questo fine un’indicazione esplicita: e cioè che se si vuole invertire questo trend, l’Italia ha più che mai la necessità, oltre a rimettere in discussione le politiche di austerità e le pure logiche di bilancio, oltre ad avere una politica economica espansiva, di un piano straordinario per l’occupazione, uno strumento che andrebbe finanziato con una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Se si vuole una politica espansiva bisogna guardare a dove ci sono le risorse, incentivare gli investimenti e non pigliarsela con il lavoro, impoverendolo ulteriormente.

Rassegna: A sostegno di questa piattaforma, la Cgil ha convocato per il prossimo 25 ottobre una manifestazione a Roma…

Camusso – Sì, sarà una grande iniziativa di proposta con al centro la richiesta di una svolta per il nostro paese, a partire dalla libertà e dall’uguaglianza del lavoro. Con l’appuntamento del 25 ottobre inizia per noi una stagione importante. Attorno all’idea di cambiamento della politica economica di questo governo, all’allargamento dei diritti di cui ci facciamo promotori, non escludo si possa tornare a incontrare in tempi brevi le altre confederazioni in un percorso comune.

Rassegna: A Bologna non hai escluso nemmeno il ricorso a forme di lotta ancora più dure, come lo sciopero generale, se sulla riforma del lavoro l’esecutivo Renzi dovesse decidere di procedere con il decreto.

Camusso – Certamente, perché noi continuiamo a dire, e a pensare, che su temi cruciali come quelli del lavoro e del mercato del lavoro, così come avviene in qualunque paese normale, si debba dare sempre priorità al confronto con le organizzazioni sindacali, per costruire delle soluzioni condivise. È chiaro che una scelta come quella del decreto rappresenterebbe una rottura, una lacerazione, sarebbe la conferma che nella visione di questo governo il lavoro non ha più nessun titolo di rappresentanza, nemmeno come interlocutore per quel che riguarda direttamente il confronto sulle sue condizioni. Una volontà di scontro che richiederebbe una risposta altrettanto forte e decisa.

Rassegna: Intanto, sia dalla direzione del Pd lunedì 29 che dalla trasmissione di Fabio Fazio la sera precedente, Renzi continua a sostenere che è proprio attraverso le misure indicate dal suo governo che si supererà la divisione tra lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Cosa ti colpisce di più delle parole del presidente del Consiglio, il loro contenuto paradossale o la continua ricerca della provocazione nei confronti del sindacato?

Camusso – Entrambe le cose. Che senso ha dire che siccome il reintegro è previsto solo per quelli che stanno in un’azienda di 15 o più dipendenti, i cosiddetti lavoratori di serie A, allora è più giusto toglierlo a tutti, iscrivendo di fatto l’intero mondo del lavoro al campionato di serie B? La realtà che Renzi continua a ignorare è che il cambiamento di cui il nostro paese ha assolutamente bisogno deve avere come bussola l’allargamento dei diritti e delle tutele, non la loro riduzione. Ma c’è qualcosa di più inquietante e negativo in alcune affermazioni del presidente del Consiglio. Matteo Renzi dice che in materia di lavoro serve “un cambiamento violento”. Un’immagine che chi guida un Paese non dovrebbe mai evocare. L’uso di questa espressione ha in sé l’idea che qualcuno debba essere sconfitto e qualcun altro debba prevalere. È la negazione che il lavoro possa essere attore del cambiamento. È un pensiero che ci riporta all’Ottocento con un salto indietro che scavalca il secolo della libertà e della dignità del lavoro.

Rassegna: Ecco, l’allargamento delle tutele. Oltre a quelle previste dalla legge 300 sui licenziamenti senza giusta causa, ce ne sono altre – non meno importanti – per la cui universalizzazione il sindacato si batte da tempo: dalla maternità alla malattia, dagli ammortizzatori sociali all’equo compenso. Anche su questo versante, la riforma del lavoro non dà segnali incoraggianti…

Camusso – Non c’è dubbio, la riforma del lavoro fornisce anche da questo punto di vista dei segnali negativi. Da un lato, con l’idea – per la quale sembra si siano particolarmente impegnati nella commissione in Senato – di peggiorare la contrattazione, che è invece il luogo in cui si conquistano, si affermano e si difendono i diritti, e dall’altro non includendo nelle tutele esistenti chi oggi ne è privo, perché vittima delle scelte politiche sbagliate fatte in questi anni. Su tutte queste materie non si segnala alcun tipo di apertura. Una valutazione che vale anche per la formulazione che c’è sul compenso orario legale: se non lo si equipara ai minimi tabellari dei contratti nazionali di lavoro, si afferma un principio di diseguaglianza, per cui è possibile – facendo lo stesso lavoro – ricevere retribuzioni differenti. Il tutto in aperto contrasto con la norma costituzionale e con lo stesso l’articolo 13 dello Statuto dei lavoratori.

Rassegna: Cosa pensi delle rassicurazioni del premier in merito all’obbligo di reintegro per i licenziamenti discriminatori e disciplinari?

Camusso – Quella abbozzata è una proposta molto confusa. Il documento approvato dalla maggioranza della direzione del Pd non è chiaro su precariato, tempo indeterminato e ammortizzatori sociali. Limitando la discussione solo ad alcune forme della collaborazione, in realtà si continuano a mantenere più di 40 forme di assunzione differenti, quindi non c’è un investimento effettivo sul tempo indeterminato, cioè sul cambiamento della qualità del mercato del lavoro. Ancora non si delineano i contorni della proposta sugli ammortizzatori e se, come abbiamo capito, il tema è il trasferimento delle attuali risorse della deroga agli ammortizzatori, non siamo di fronte ad alcuna estensione. Poi è a questo punto chiaro che l’articolo 18 viene tolto a tutti, relegando l’intero mondo del lavoro nella serie B. Le ragioni della nostra manifestazione del 25 sono ora ancora più forti.

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