Le preziose lettere della classe operaia

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da Correre della Sera – Si chiamava Giuseppe Di Vittorio. Era nato nel 1892, a Cerignola in Puglia, e fu il primo segretario generale della CGIL, il più grande e antico sindacato italiano. Di origini contadine e bracciante e gli stesso rimase in carica dal 1944 al 1957 anno della sua morte avvenuta a Lecco il 3 novembre. Imparò a leggere e a scrivere per proprio conto poi che la morte del padre in un incidente sul lavoro lo costrinse a lasciare la scuola e a guadagnarsi da vivere. A 12 anni iniziò a formarsi una coscienza politica e sindacale. Abbraccio gli ideali del socialismo. Poco più che ventenne dirigeva la camera del lavoro di Minervino Murge. Dopo la scissione di Livorno del 1921 passo nelle fila del partito comunista. Combattè nella resistenza. Fu condannato due volte dalla regime fascista. Fu persona autorevole e di autonomia di pensiero. Critico con lo stalinismo e in polemica con Togliatti in occasione dei fatti di Ungheria. Ma soprattutto, fu molto amato da militanti e lavoratori. Ne sono riprova le lettere che l’archivio Cgil conserva ancora: gli autori sono persone semplici che si rivolgono a lui come se fosse un padre o un amico. Insieme a questi e altri documenti, nell’archivio si trovano le lettere di Bruno Trentin alla sorella Franca e il Discorso commemorativo di Luciano lama a un mese dalla sua scomparsa. Tanti furono gli arrivi gli attestati di politici e sindacalisti dell’epoca. Ma oggi che sono trascorsi 57 anni dalla morte di di Vittorio, il ricordo più suggestivo ci viene dato dallo splendido testo che Pierpaolo Pasolini scrisse per “Vie Nuove” a proposito di quei funerali. Di Vittorio infatti È sepolto al Verano, a Roma, e ora riposa nel mausoleo del PCI, progettato dall’architetto Gualtiero COSTA, inaugurato due anni dopo. Nello stesso mausoleo si trovano Lama, Novella, successore di di Vittorio e Trentin. Il viaggio della salma, da Lecco a Roma, è indimenticabile. A ogni stazione ferroviaria il treno deve sostare più a lungo a causa della folla che vuole rendere omaggio al grande leader scomparso. A Roma, il giorno dei funerali, Pasolini ci racconta di gente arrampicata sulla statua del bersagliere a Porta Pia e appollaiata sugli alberi lungo Corso d’Italia. Giovani e anziani, donne umili e non giovani, operai e impiegati. Un grande silenzio popolato da persone che hanno tutte facce forti, oneste, cotte dalla fatica e dagli stenti.

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