Def: Cgil, unico effetto certo aumento disuguaglianze

By: mSeattleCC BY 2.0

La CGIL ritiene che il Def descriva una politica economica in continuità con quella dei governi precedenti. Dai diversi documenti che compongono il DEF si evince che il Governo scommette su una ripresa senza nuova occupazione e su una svalutazione competitiva del lavoro, programmando un alto tasso di disoccupazione e una crescita dei salari inferiore rispetto alla produttività, nel breve come nel medio-lungo termine. Il Governo si arrende a tassi di disoccupazione strutturalmente al di sopra del 10%, che equivalgono a una disoccupazione giovanile almeno al 40%. In questo modo, peraltro, per effetto delle regole europee di calcolo dell’indebitamento netto strutturale, il Governo impone una correzione del deficit e del debito pubblico maggiore del dovuto.

L’unico effetto certo della politica economica del Def è l’aumento delle disuguaglianze, tra gruppi sociali, tra imprese, tra aree del Paese e tra Stati europei.

Le previsioni del Governo, quindi, appaiono ancora una volta irrealistiche e illusorie e, di conseguenza, gli obiettivi di finanza pubblica non verranno raggiunti, nonostante il nuovo record di avanzi primari e gli enormi sacrifici sociali. La “flessibilità” di bilancio concessa dalla Commissione europea non basta a tracciare una direzione espansiva e ad uscire dalla crisi. Anzi, la CGIL è convinta che lo scambio fra tale flessibilità e l’accelerazione delle “riforme strutturali” sia improprio e inefficace. Dopo un anno di Legislatura, restano tutti irrisolti i problemi strutturali del sistema-paese, sia dal lato della domanda che sul versante dell’offerta. Le riforme messe in cantiere dal Governo non sono quelle necessarie. Il Governo, malgrado le indicazioni europee, continua a non svolgere il dialogo con le parti sociali e, soprattutto, con il Sindacato.

Nel Def non è prevista alcuna riforma fiscale, ma si limita a evocare la cosiddetta Delega fiscale, su cui la CGIL ha già espresso un giudizio negativo. In ogni caso, non c’è traccia di una vera lotta all’evasione e all’elusione fiscale e contributiva, così come non è prevista alcun tassazione dei grandi patrimoni improduttivi.

Dalle sezioni dedicate all’economia e alla finanza pubblica emerge come il Governo perpetui le iniquità del sistema fiscale e i tagli alla spesa pubblica, a scapito del lavoro e del welfare. Il Governo programma una riduzione di 10 miliardi di spesa pubblica (centrale e locale) che avrà inevitabilmente effetti negativi su lavoratori e pensionati, oltre che sull’economia. Si ravvisa l’ennesimo rinvio del tema riduzione e razionalizzazione delle stazioni appaltanti Allo stesso modo, la riduzione già programmata dei trasferimenti a Regioni e Comuni, il riordino delle Province e trasferimento delle competenze, i costi standard e “costi efficienti” delle funzioni rimaste agli enti di area vasta così come imbastiti dal Governo, nonché le sanzioni previste dalla modifica del Patto di stabilità interno prevista dalla Legge di stabilità 2015, determineranno ulteriori tagli alla spesa locale e probabili aumenti delle imposte locali.

Gli stessi tagli alle municipalizzate e alle partecipate degli Enti Locali sono condivisibili solo se riducono sprechi, inefficienze, “poltrone” e costi inutili della politica e non – come sembrerebbe – se restringono i servizi pubblici e, in particolare, il Trasporto pubblico locale e il sistema di 1 Smaltimento e riciclo dei rifiuti, che poi diventano spesa privata dei cittadini, alimentando le posizioni di rendita sui mercati.

Il taglio della spesa pubblica si accompagna all’assenza di qualsiasi previsione di incremento economico derivante dal rinnovo dei contratti collettivi dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni e dei settori della conoscenza, il cui blocco è previsto in scadenza al 31 dicembre 2015. Nel triennio a riferimento, inoltre, si verificheranno due nuovi eventi, la cui soluzione non può che essere prevista nei provvedimenti di Finanza Pubblica: la scadenza dei termini di proroga del lavoro flessibile nelle Pubbliche Amministrazioni; l’attuazione del ddl sulla Riforma della Pubblica Amministrazione.

Nel Def il welfare, il cui finanziamento è programmato ben al di sotto delle necessità e del livello di spesa previsto prima del 2011, continua a non essere considerato una priorità strategica per il Paese. Sulla Sanità il finanziamento del SSN viene decurtato, anche per gli anni successivi al 2015.
Il Def, inoltre, non considera la esigenza di dotare il nostro Paese di uno strumento universale di contrasto alla povertà assoluta, come in altri paesi europei. In tema di previdenza non si prevede un intervento di correzione della riforma Fornero, in particolare sul versante della flessibilità in uscita.
Sulle infrastrutture, le risorse che nel Def si mettono in gioco sul versante pubblico sembrano essere limitate. Le possibilità che si rendano più veloci i tempi di realizzazione ed entrino risorse da capitale privato sono affidate ad un giudizio positivo degli ultimi interventi legislativi (“Sblocca Italia”, modifiche al Codice, ecc.), non confermato dalla realtà. Il rinvio di molte scelte strategiche apre una contraddizione con le motivazioni e gli obiettivi indicati dalla UE.

La CGIL resta convinta che l’aumento dell’occupazione sia l’unica via per aumentare la crescita, uscire dalla crisi e rendere più sostenibili le stesse finanze pubbliche. La CGIL ha più volte evidenziato che esistono ampi margini nazionali per una nuova politica economica, sebbene resti indispensabile un cambiamento delle scelte europee per uscire dalla crisi. Per questo la CGIL propone:

  1. L’introduzione di un’Imposta sulle Grandi Ricchezze finanziarie per recuperare le risorse utili a realizzare un Piano straordinario per l’occupazione.
  2. L’aumento della tassazione sulle successioni per sostenere investimenti pubblici e nuova occupazione, nonché evitare ulteriori tagli al welfare e, in particolare, alla Sanità pubblica.
  3. Utilizzare i fondi pensione dei lavoratori anche per lo sviluppo infrastrutturale, sociale e produttivo del Paese.
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