Se finanza non fa rima con etica, pressioni per violare le regole

By: Hollywood BrandedCC BY 2.0

da Sole24Ore.com – La crisi non ha insegnato nulla e se non ci saranno cambiamenti lo scoppio di una nuova tempesta finanziaria è solo questione di tempo. Sono le sconfortanti conclusioni a cui giunge l’indagine “The Street, The Bull and The Crisis” condotto dall’università statunitense di Notre Dame e dallo studio legale Labaton Sucharow. I risultati, diffusi pochi giorni fa, si basano su oltre 1.200 interviste a operatori del mondo della finanza statunitense e inglese.

Pratiche illegali e comportamenti eticamente discutibili continuano ad essere largamente diffusi, facendo presa soprattutto sui più giovani. Se confrontati con uno studio simile condotto nel 2012 i dati risultano in evidente peggioramento nonostante le contromisure messe in campo dai regolatori. La convinzione che per avere successo in un mondo altamente competitivo sia indispensabile infrangere le regole si riafferma. Sanzioni e pene esemplari che hanno colpito anche personaggi molto noti del settore non sono riuscite a cambiare l’atteggiamento con cui ogni giorno i protagonisti della finanza si siedono alle loro postazioni.

Il 47% degli intervistati si è detto convinto che i suoi concorrenti abbiano fatto ricorso a pratiche illegali per strappare guadagni aggiuntivi. Il dato si confronta con il 39% registrato nel 2012. Se si restringe il campo a chi guadagna almeno mezzo milione di dollari l’anno la quota sale al 51 per cento. Guardando in casa propria, 23 dipendenti su 100 sospettano che i colleghi siano stati coinvolti in qualche pratica non conforme alle regole, un dato che è doppio rispetto alla rilevazione di tre anni fa. Fortunatamente la percezione non va esattamente di pari passo con la realtà.
Alla domanda specifica se si sia stati testimoni diretti di un comportamento illegale il 22% ha risposto in maniera affermativa contro il 26% del 2012. Però attenzione perché tra chi guadagna più di 500mila dollari la quota sale al 34 per cento. Un intervistato su dieci ha affermato di aver subito pressioni dall’azienda per violare le regole. Tra i dipendenti di livello più alto si va però oltre il 20 per cento. In alcuni casi (10% del totale e 25% dei dipendenti con stipendi oltre 500 mila $) è stato firmato un accordo che impegna il sottoscrittore a non denunciare pratiche scorrette. Una cultura del silenzio che, rileva lo studio, si sta pericolosamente diffondendo.

Prima il bonus, poi il cliente 
Il 27% degli intervistati è convinto che gli interessi della banca e dei suoi operatori venga regolarmente anteposto a quello del cliente (il 38% tra i dipendenti che guadagnano oltre 500 mila dollari). Da questo punto di vista un operatore su tre non ha notato alcun miglioramento negli anni seguiti alla crisi. È diffusa la convinzione che a favorire queste pratiche scorrette sia la struttura con cui sono costruite retribuzioni e bonus. Un operatore ogni cinque è convinto che un professionista della finanza debba prima o poi compiere qualche mossa illegale se vuole avere successo.

La sete di profitto
Utilizzeresti informazioni riservate per un profitto di 10 milioni se fossi sicuro di non essere arrestato per insider trading? La domanda è chiaramente studiata per testare gli standard etici. Il 25% degli intervistati risponde di sì. Una quota simile a quella degli anni passati che però, precisa lo studio, più che in altri casi potrebbe essere falsata al ribasso da risposte non del tutto sincere. Tra gli intervistati britannici le risposte affermative sono al 32% mentre tra gli statunitensi al 24 per cento.

Piccoli Gordon Gekko crescono
Gli standard etici sembrano particolarmente bassi tra i più giovani, ossia gli operatori con meno di 10 anni di servizio. Il 32% afferma infatti che userebbe informazioni riservate. Le nuove leve risultano essere anche le meno sensibili agli interessi della clientela. In generale, sottolinea l’indagine, questo atteggiamento estremamente cinico nei riguardi dell’etica della professione proprio dei più giovani è uno degli elementi più preoccupanti sui cui è necessario intervenire il prima possibile.

Il fascino della soffiata
Tra le poche buone notizie c’è il fatto che il “Whistleblower Program” della Sec (l’autorità di vigilanza sui mercati Usa) sta ottenendo buoni risultati. Il programma assicura anonimato, protezione dell’impiego e premi in denaro a chi denuncia pratiche illegali. Come nel 2012 l’89% del campione sostiene che denuncerebbe le scorrettezze di cui è testimone se potesse usufruire di questo strumento. Cresce in modo significativo la consapevolezza di questa possibilità che nel 2012 era ignota al 56% degli addetti ai lavori contro il 37% odierno. Uno dei pochi risultati concreti ottenuti dai regolatori dopo la crisi scoppiata nel 2008 a cui andrebbe però affiancato, conclude lo studio, un impegno da parte delle aziende per educare e incentivare i dipendenti a segnalare i comportamenti scorretti.

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