Campania: la riforma delle banche popolari ed i processi di aggregazione nel sistema bancario

La recente riforma delle banche popolari contenuta nel decreto legge sulle banche apre scenari nuovi nel futuro assetto bancario italiano.

Un recente studio elaborato da The Boston Consulting Group e Bernstein, al centro dell’attenzione degli operatori, esamina i presumibili effetti della trasformazione delle popolari in società per azioni.

Lo studio ritiene che il sistema bancario italiano sarà interessato a breve da un vasto processo di consolidamento e di ristrutturazione organizzativa e patrimoniale a seguito della riforma delle banche popolari.

Il motivo principale di tale processo è che la trasformazione in società per azioni spingerà le banche popolari più grandi ad aggregarsi per difendersi da offerte ostili che potranno essere anche particolarmente pressanti se l’economia italiana nel prossimo biennio sarà caratterizzata da una fase di ripresa e se il progetto da più parti invocato della costituzione di una bad bank di sistema vedrà luce.

Secondo studio le fusioni tra banche popolari che si attiverebbero per effetto della riforma avrebbero un beneficio consistente sul risultato reddituale delle stesse banche interessate dal consolidamento. Il risultato complessivo delle popolari potrebbe aumentare di ben 5,5 mld di € passando, dall’attuale perdita netta di 1,5 miliardi di euro ad un utile netto di 4 miliari di euro.

L’aspetto da sottolineare è che la crescita dell’utile netto sarebbe ottenuta solo per 0,4 mld di € attraverso l’aumento dei ricavi mentre i restanti 5,1 mld di € sarebbero realizzati per 1 mld tramite la riduzione dei costi, cioè fondamentalmente mediante la chiusura delle 1000 filiali ed il taglio nelle direzioni centrali di circa il 25% del personale, e per 4,1 mld, riducendo il costo del rischio cioè rettifiche e perdite su crediti deteriorati ottenuto, secondo lo studio, per effetto della ripresa del ciclo economico nel nostro paese ed dalla cessione di parte dei non perfoming loans ad una bad bank di sistema.

Per il combinato effetto della riduzione dei costi e del lieve aumento dei ricavi il cost-income delle attuali popolari scenderebbe dal 63% ad una percentuale compresa tra il 57% ed il 53% ed il ROTE, il tasso di redditività del capitale investito dalla proprietà, salirebbe dall’attuale -4% al 10%. Lo studio indica anche le aggregazione ritenute più probabili dagli operatori: UBI con Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare con Banca Popolare di Milano e Veneto Banca con Banca Popolare di Vicenza.

Le previsioni elaborate dalla relazione Boston Consulting Group e Bernstein vanno valutate con molta attenzione. Va detto che molti analisti non concordano sui presunti benefici effetti dello studio (come Fabio Bolognini) obiettando che le passate fusioni di banche italiane non hanno prodotto i risultati economici sperati e che i guadagni basati principalmente sul risparmio del costo del credito potevano realizzarsi anche senza aggregazioni tra banche popolari.

Tuttavia, le conclusioni del rapporto spingono a vigilare sui processi di trasformazione delle banche popolari italiane e soprattutto sugli impatti che eventuali aggregazioni potranno produrre dal punto di vista occupazionale, in termini di contrazione degli organici, di mobilità territoriale e di riconversione professionale.

La ricetta del taglio dei costo del lavoro ha mostrato tutti i suoi limiti nei gruppi bancari e nelle banche più grandi dove negli ultimi anni a fronte di organici inadeguati sono cresciute a dismisura le pressioni commerciali, creando situazioni di conflittualità, e si mostra inadeguata per la ripresa di redditività delle popolari la cui operatività è caratterizzata dal forte legame con il territorio e dalla relazione fisica e personale con la clientela.

Va ribadito, quindi, anche nella discussione politica che va sviluppandosi in relazione alle banche popolari che per la crescita degli utili più che sul taglio dei costi e delle persone, le cosiddette sinergie richiamate nello studio, occorre recuperare valore mediante la riduzione del costo del credito, realizzata attraverso il controllo dei crediti incagliati pari a 100 mld di euro, attraverso il contenimento delle spese amministrative improduttive e discrezionali. L’esperienza mostra che la contrazione degli organici produce inevitabilmente danni, a volte irreversibili, alle relazioni commerciali.

Campania: la riforma delle banche popolari

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