L’esercito inarrestabile degli evasori: il risparmio cala in Italia e cresce offshore

Da Repubblica.it – Altro che Panama Papers e Luxleaks: i soldi che i ricchi, in persona o attraverso le loro aziende, continuano a imboscare all’estero patrimoni e guadagni e la montagna dei capitali clandestini diventa sempre più alta. L’ondata di condoni – con il nome benigno di “voluntary disclosures” – che ha investito, negli anni scorsi, un po’ tutti i maggiori paesi europei non ha affatto, come si diceva, chiuso un’epoca e riportato le pecore nere all’ovile, ma, al contrario, riattizzato le tentazioni. Nell’anno successivo alle rivelazioni che il Lussemburgo di Juncker stringeva accordi di favore con le multinazionali, il Granducato ha aumentato del 50 per cento il numero di contrattini segreti sul trattamento fiscale con aziende di vario tipo. E non c’è solo il Lussemburgo.

In tutta Europa, riporta Eurodad, una Ong basata a Bruxelles, gli accordi di favore fra governi e aziende sono passati da 547 nel 2013 a 1.444 a fine 2015. Ma più che l’elusione, può l’evasione. In materia di condoni, il caso italiano è di scuola: a fine 2008, secondo le stime di allora di Bankitalia, gli italiani tenevano nascosti all’estero capitali per 134 miliardi di dollari, in azioni e obbligazioni, più una settantina di miliardi in conti bancari: un totale di 200 miliardi. Con la “voluntary disclosure” del 2010 ne sono rientrati 56 miliardi. Nel giro di tre anni, a fine 2013, stima di nuovo Bankitalia, siamo tornati al punto di partenza e magari anche un po’ più in là: all’estero risultano capitali italiani, ammassati in azioni, obbligazioni, conti bancari, per 200-250 miliardi di dollari. La fuga di massa è un’abitudine.

E’ la sconsolata conclusione di uno studio appena pubblicato da tre economisti di Via Nazionale (Valeria Pellegrini, Alessandra Sanelli, Enrico Tosti) che cerca di valutare statisticamente l’entità dei capitali clandestini, mettendo a confronto i dati della bilancia dei pagamenti con quelli della posizione finanziaria netta dei singoli paesi. Il risparmio italiano, a quanto pare, diminuisce in Italia, ma ingrassa nei paradisi fiscali. Di risparmio, infatti, nel senso di quattrini veri, e non di poste di bilancio, si tratta. Nel senso che, per tre quarti, a portar fuori i soldi sono quell’aggregato che si chiama “famiglie” (e dunque, singoli individui o piccole imprese), piuttosto che aziende. Circa 100 miliardi sono finiti in azioni, 22 in obbligazioni e fra 75 e 124 miliardi riposano in conti correnti. Non tutti questi tesoretti, in verità, sono clandestini. Ma il grosso, sì: fra 127 e 178 miliardi di dollari risultano detenuti, ma non dichiarati.

Quante cose e, forse, anche quante riforme potrebbe fare un governo italiano se quei soldi uscissero alla luce del sole? Il discorso, a questo punto, è puramente teorico, ma Pellegrini, Sanelli e Tosti calcolano che lo Stato potrebbe reclamare fra 400 milioni e 1,4 miliardi di dollari l’anno di tasse sulle rendite finanziarie, in pratica l’equivalente di un decimo del gettito effettivo. Il grosso, comunque, lo darebbe l’imposta personale sul reddito: sullo stock di 200-250 miliardi accumulato, l’imposta darebbe un gettito complessivo di 50-100 miliardi di dollari, l’equivalente di quattro o cinque leggi di Stabilità.

Il caso italiano è vistoso, ma tutt’altro che unico. Nei paradisi fiscali ci sono complessivamente imboscati, a livello mondiale, 6-7 mila miliardi di dollari, che non hanno nulla a che vedere con le contorsioni fiscali delle grandi multinazionali come Apple o Google (che, formalmente, sono in  regola) ma sono soldi nascosti alla spicciolata da eserciti di evasori. I quali riescono così a sfuggire (dicono i riscontri statistici dello studio) a imposte sul capitale per 20 miliardi di dollari, come minimo, 42 miliardi come massimo. L’evasore globale, soprattutto, si mette al riparo da imposte sul reddito per 2-3 mila miliardi di dollari.

E tutta la grancassa sui codici Ocse e gli accordi di trasparenza a livello mondiale con i paesi a fiscalità più svelta che vengono firmati al ritmo di uno al mese? Pellegrini, Sanelli e Tosti sono assai poco ottimisti: perché funzionino devono essere applicati, tutti insieme e in modo coordinato, altrimenti si finisce per inseguire i capitali in un interminabile gioco di guardie e ladri. Per ora, è solo un obiettivo.