Europarlamentari italiani: richiesta di esprimere voto contrario alla ratifica del CETA

In allegato una lettera a firma del Segretario generale Susanna Camusso e di Fausto Durante, coordinatore Area delle Politiche Europee e Internazionali, in cui si chiede ai parlamentari italiani eletti al Parlamento Europeo di esprimere voto contrario alla ratifica del CETA (Canada Europe Trade Agreement – Accordo commerciale Europa Canada).
Oltre all’appello al voto, la CGIL evidenzia una serie di criticità rispetto al testo sottoposto al voto dei Parlamentari Europei e chiede invece di riaprire un negoziato affinché si giunga a un accordo progressista, improntato alla creazione di lavoro di qualità e alla salvaguardia degli standard europei in materia di diritti.


Oggetto: voto in plenaria su CETA – 15 febbraio 2016

Onorevoli deputati,

la CGIL, in sintonia con la CES e con le Federazioni Sindacali Europee di categoria, intende rappresentare le sue forti preoccupazioni in merito all’accordo CETA, tra Canada e Unione Europea nel testo attuale sottoposto al voto del Parlamento europeo.

Lo Strumento interpretativo comune (JII) e le dichiarazioni allegate al CETA non forniscono chiarimenti sufficientemente esaustivi né risposte adeguate a tali preoccupazioni, oltre a conservare aspetti giuridici incerti per quanto riguarda la loro effettiva applicabilità ed efficacia.

Vi chiediamo pertanto di non votare a favore della ratifica dell’accordo nella seduta plenaria del 15 febbraio, al fine di promuovere la ripresa di ulteriori negoziati che possano far evolvere l’accordo nella direzione dell’interesse dell’occupazione di qualità, dei diritti dei lavoratori e della piena salvaguardia e promozione dei valori fondanti dell’Unione Europea.

I punti che destano la nostra maggiore preoccupazione sono i seguenti:

1 – Il CETA non è un accordo commerciale né progressista né equo La politica commerciale è sempre più spesso al centro del dibattito pubblico, anche perché essa travalica la tradizionale materia dei commerci e si allarga a temi (dalla potestà regolamentare delle istituzioni alla liberalizzazione degli investimenti e delle attività finanziarie e alle cosiddette barriere non doganali) che definiscono un quadro cogente dell’insieme delle attività economiche, con pesanti effetti sullo spazio di azione politica dei governi e dell’Unione stessa e sulla condizione materiale dei lavoratori e dei cittadini.

È ormai urgente che gli accordi di libero scambio debbano essere effettivamente posti al servizio di obiettivi più vasti quali l’occupazione, i diritti umani, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile. A tal fine è indispensabile una maggiore democratizzazione e trasparenza dei negoziati a partire da una definizione dei mandati affidati ai negoziatori, che risponda alla domanda dei cittadini e non solo alle pressioni delle lobbies economico-finanziarie.

Il CETA non soddisfa questi obiettivi e queste esigenze di trasparenza e pertanto non è e non può diventare un modello di riferimento per la prossima generazione di accordi; inoltre i vantaggi attesi in termini di crescita degli scambi e dell’occupazione sono dubbi o assai limitati e non tali da giustificare i rischi insiti nell’accordo sottoposto alla ratifica. Il Comitato Occupazione e Affari sociali del Parlamento Europeo ha espresso il suo parere nel dicembre 2016 chiedendo di respingere il CETA, in quanto esso ha fallito nel sostegno alla creazione di posti di lavoro dignitosi, di un equilibrato aumento dei salari e di maggiori opportunità per l’imprenditorialità – sia all’interno dell’Unione sia in quei paesi, particolarmente in questo caso dell’Africa, minacciati dagli effetti distorsivi del CETA sugli scambi con essi.

I rischi del ritorno al protezionismo e i pericoli insiti in possibili guerre commerciali non si combattono con un’acritica promozione della liberalizzazione e della deregolamentazione degli scambi e degli investimenti, che non farebbe altro che alimentare ulteriormente la deriva populista, ma impegnando l’Unione Europea e i suoi partner nell’impresa di ridisegnare politiche commerciali multilaterali e bilaterali al servizio dell’interesse generale, della qualità dello sviluppo, della cooperazione tra paesi e aree regionali nella costruzione di un diverso, più equo, inclusivo e democratico sviluppo dell’economia e delle nostre società.

2- Il CETA è debole sul fronte dei diritti umani, compresi i diritti dei lavoratori Il CETA non contiene una clausola che sancisca il rispetto dei diritti umani come elemento essenziale dell’accordo e non rende esplicita l’esclusione delle normative contrattuali e di legge sui diritti e le condizioni di lavoro (a partire dalla salute e sicurezza sul lavoro) e sulla parità retributiva a parità di lavoro dall’ambito dell’accordo stesso, mentre il capitolo sullo sviluppo sostenibile non prevede procedure esigibili e norme vincolanti e deterrenti per garantire il rispetto delle convenzioni fondamentali dell’OIL e dei diritti dei lavoratori in genere. I meccanismi di monitoraggio sono insufficienti e questo rischia di portare a un maggior dumping sociale, a un aumento dei casi di violazione dei diritti sociali e una spirale al ribasso delle condizioni di lavoro nell’Unione Europea e in Canada. Inoltre, le disposizioni in materia di appalti pubblici non includono obblighi relativi al rispetto delle norme ambientali e del lavoro, né promuovono l’applicazione di criteri sociali e ambientali nei bandi di gara pubblici. Siamo particolarmente preoccupati per le disposizioni sulla cooperazione in campo normativo che rischiano di compromettere qualsiasi progresso futuro volto a migliorare i diritti e le tutele esistenti. Carente in maniera esemplare si rivela a tale proposito lo Strumento Interpretativo, il quale si limita ad affermare che il CETA non abbasserà i livelli di tutela del lavoro senza formulare alcun impegno vincolante in merito alla protezione e a un effettivo miglioramento dell’occupazione, della salute e delle norme sociali e ambientali, che, qualora fosse inserito, contribuirebbe a rendere il CETA un accordo commerciale più avanzato e ambizioso.

Preoccupazioni analoghe riguardano il capitolo sulla sostenibilità ambientale e la sostanziale emarginazione del principio di precauzione, che, lungi dall’essere al centro del sistema di valori dell’Unione da proporre ai propri partner commerciali, risulta diluito e minacciato dall’accordo.

3- I servizi pubblici non sono esclusi dall’accordo CETA Recentemente il Parlamento europeo ha raccomandato con fermezza alla Commissione di escludere integralmente i servizi pubblici da accordi commerciali bilaterali e internazionali, indipendentemente dalle modalità di finanziamento e organizzazione di tali servizi. Il disorganico mosaico di esclusioni sui servizi pubblici previsto dall’accordo CETA e dagli Allegati non è sufficiente ad assicurare la piena tutela dei servizi pubblici attuali e futuri, che si limiterebbe ai cosiddetti servizi “finanziati con fondi pubblici”, una formulazione che non figura nelle disposizioni del Trattato sull’Unione Europea. Nell’ambito del CETA, l’Unione Europea ha assunto forti impegni in merito ai servizi finanziati da fondi privati, anche in settori  della funzione pubblica, aprendo la porta, di fatto, a fornitori stranieri e non che operano a fini di lucro e stanno concedendo nuovi diritti agli investitori privati, ben oltre qualsiasi accordo commerciale attualmente in vigore.

L’esclusione dovrebbe invece coprire i servizi pubblici indipendentemente da come questi siano finanziati o erogati, rispettando la sostanza dell’approccio dell’Unione europea orientato a un modello di servizi pubblici che privilegia la protezione del cosiddetto “interesse generale” e l’esigibilità dei diritti dei cittadini. Il CETA potrebbe così ridurre gli obblighi di servizio universale necessari per garantire a tutti i cittadini servizi di base a prezzi accessibili. Il CETA limiterà anche la libertà delle imprese di servizi pubblici di produrre e distribuire l’energia conformemente agli obiettivi di interesse pubblico, ad esempio promuovendo le energie rinnovabili per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico. Pochissimi Stati membri si sono infatti riservati esplicitamente il diritto di adottare talune misure in materia di produzione dell’elettricità.

Il CETA è anche il primo accordo dell’Unione europea a introdurre un approccio basato su una “lista negativa”, il che significa che tutti i servizi potranno essere liberalizzati, salvo espressa indicazione di esclusione. Si tratta di una svolta radicale rispetto agli accordi commerciali sinora conclusi dall’Unione europea basati su liste positive. L’impostazione basata sulla lista negativa amplia il campo di applicazione degli accordi commerciali e renderà più difficile anticipare e regolamentare i nuovi servizi che emergeranno in futuro.

I meccanismi di sospensione (“standstill”) e di irreversibilità (“ratchet”) del CETA, già respinti dal Parlamento Europeo nelle sue raccomandazioni relative all’Accordo sul commercio dei servizi (TiSA), impediranno di invertire i processi di liberalizzazione. Questo limiterà negli anni a venire gli sforzi dei governi volti a regolamentare o rinazionalizzare i servizi liberalizzati, anche qualora i precedenti processi di liberalizzazione dovessero rivelarsi fallimentari o quando, nell’interesse della popolazione, occorra restituire all’amministrazione pubblica l’erogazione di tali servizi.

4- Il CETA contiene disposizioni preoccupanti a tutela degli investimenti Sebbene la versione riveduta del meccanismo per la protezione degli investimenti (Sistema giudiziario per la protezione degli investimenti o ICS) del CETA rappresenti un miglioramento rispetta al nefasto e ampiamente criticato meccanismo di risoluzione delle controversie investitore-Stato (ISDS), è lungi dall’essere sufficiente. Con l’ICS, gli investitori esteri, continuano a godere di diritti speciali rispetto ad altri gruppi della società e alle imprese nazionali che consentono loro di citare in giudizio gli Stati per politiche che minacciano i loro profitti o i loro interessi commerciali. Questo diritto si applicherà anche a molte società statunitensi presenti in Canada e privilegerà, anche per ragioni di costo, particolarmente i grandi investitori a scapito delle imprese minori. Preoccupa particolarmente l’insistenza sull’introduzione di strumenti a protezione degli investimenti quando ambedue i contraenti del CETA garantiscono sistemi giuridici efficaci, equi e accessibili a tutti, che rendono particolarmente ingiustificata la richiesta di meccanismi specifici a tutela degli interessi degli investitori esteri e sembrano voler piuttosto prefigurare un privilegio da garantire sempre e comunque.

Sulla base di tutte queste considerazioni e in coerenza con le posizioni dell’insieme del movimento sindacale europeo, vi ribadiamo la nostra richiesta di sollecitare la Commissione a fare uso degli spazi di revisione e di riaprire il negoziato con il Governo Canadese al fin di rispondere alle nostre preoccupazioni nostre e dei lavoratori e di respingere nel voto in plenaria previsto per mercoledì 15 febbraio la proposta di decisione del Consiglio sulla conclusione del CETA fintanto che queste rivendicazioni non saranno tenute effettivamente in conto e integrate nell’accordo.

Con i più cordiali saluti.

Fausto Durante
Coordinatore Area delle Politiche Europee ed Internazionali
Susanna Camusso
Segretario Generale

 

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Photo by Cédric Puisney