Mps – Megale: un passo in avanti di tutti

By: Leone407 – All Rights Reserved

“Nella vicenda Montepaschi la situazione era già difficile e drammatica prima della tempesta scoppiata nelle ultime settimane. Tanto che definimmo Mps, nel 2012, il gruppo più in difficoltà: il valore del prestito del Tesoro, che già allora s’ipotizzava in circa tre miliardi e mezzo di euro, era superiore al valore della banca, stimato in borsa a circa 2,4 miliardi di euro”.

Agostino Megale, segretario generale della Fisac Cgil, in questa intervista lancia un appello agli altri sindacati e alla dirigenza di Rocca Salimbeni per uno sforzo comune di rilancio, e ragiona con Rassegna sul fu

turo del settore del credito.

“Abbiamo sempre messo al primo posto il risanamento di Mps, per dare una prospettiva ai circa 31 mila lavoratrici e lavoratori, per dare una garanzia di tranquillità agli oltre sei milioni di clienti. La situazione di oggi ci impone un salto di qualità. Abbiamo alle spalle un accordo quadro che come Cgil non abbiamo sottoscritto. Il nostro progetto era basato sulla solidarietà, con sacrifici in termini di costi anche più rilevanti pur di difendere tutta l’occupazione. Posizione, la nostra, rafforzata dalle 160 assemblee fatte, dove i 7.000 lavoratori coinvolti hanno bocciato anch’essi l’intesa, con particolare riferimento alle esternalizzazioni ritenute deboli sul fronte delle garanzie industriali occupazionali. Oggi però è necessaria da parte di tutti una capacità di andare oltre quelle divisioni, ricostruire l’unità del sindacato e rimettere al centro il risanamento e il rilancio del gruppo.

Cosa chiedete concretamente?

Ho sempre sostenuto che l’attuale dirigenza ha le competenze e l’esperienza necessaria per rilanciare la banca. Oggi, in una situazione più drammatica di ieri, devono essere in grado di dire che cosa bisogna fare per superare le difficoltà di bilancio intervenute anche in rapporto ai nuovi elementi emersi in questi giorni. Per la parte giudiziaria, auspichiamo che la magistratura faccia fino in fondo il suo percorso e chi deve pagare sia chiamato a pagare. Per quanto riguarda il risanamento del bilancio, è indubbio che questa situazione pone un’esigenza di maggior rigore e di produzione di utili già dal 2013 per restituire il prestito al Tesoro. Occorre che dicano a tutto il sindacato come si affronta questa nuova emergenza.

Il problema continua a essere quello delle esternalizzazioni?

Non abbiamo mai avuto un problema ideologico o di principio. Quando si producono esternalizzazioni, così come abbiamo negoziato e fatto accordi con Unicredit per Ssc, altrettanto faremo laddove si difenda l’area contrattuale sulla base di un serio progetto industriale, capace di dare garanzie per l’occupazione. Queste condizioni, quando si è fatto l’accordo in dicembre, non c’erano. Auspico che il giorno in cui si dovessero affrontare questi temi, le garanzie che allora non c’erano vengano messe in campo.

Sul sistema del credito, come Fisac e assieme alla confederazione, state elaborando una proposta di riforma. Ce ne puoi accennare i punti principali?

Abbiamo avvertito l’esigenza di rimettere al centro un progetto in cui le banche, insieme alla Cassa depositi e prestiti e all’intervento pubblico, siano uno dei motori per realizzare il Piano del lavoro che abbiamo presentato alla Conferenza programmatica della Cgil. Le banche italiane devono tornare a essere al servizio del paese, della crescita e del lavoro. La proposta, che presenteremo nel mese di marzo, si basa anzitutto sulla necessità di riportare il sistema al suo ruolo primario, in modo che si riaprano i rubinetti del credito, alle industrie, alle famiglie e ai giovani, con tassi accettabili, in linea con l’Europa, per dare un impulso vero alla crescita.

E sui derivati che cosa proponete?

Premesso che Francia e Germania, dopo la Gran Bretagna, stanno procedendo sul piano legislativo per separare le banche commerciali da quelle d’investimento, anche da noi è utile procedere in tale direzione, pur sapendo che il peso dei derivati da noi è molto più basso che in quei paesi. Bisogna poi realizzare un’operazione-trasparenza, in modo che si possa conoscere bene la dimensione quali-quantitativa del fenomeno nel nostro paese, la realtà cioè sulla presenza di derivati non solo nel mondo del credito ma anche nelle istituzioni. Per questo, mentre va attivata una Commissione d’indagine sul fenomeno, chiediamo all’Europa non solo di procedere speditamente sull’Unione bancaria europea e su Basilea 3 ma anche una regolamentazione più rigorosa sulla materia, all’insegna di un limite quantitativo della presenza di questi strumenti finanziari. E all’Italia chiediamo che la Consob riattivi l’ufficio competente sugli scenari probabilistici, in modo che chi acquisisce derivati, nei limiti prefissati, abbia piena coscienza dell’investimento che sta facendo.

Banca d’Italia e Fondazioni, cosa proponete?

Sono d’accordo con quanto detto dal governatore Visco al Forex di Bergamo: bisogna rafforzare i poteri di Banca d’Italia con la possibilità di sostituire manager e banchieri ritenuti inadeguati. Per quanto riguarda le fondazioni, va portata a compimento la legge Ciampi ostacolata a suo tempo dall’ex ministro Tremonti. In genere, rappresentando le istituzioni nel territorio, hanno svolto un ruolo e una funzione positiva. La fondazione Mps si presenta più come un’anomalia da ricondurre nel sistema. Sono convinto che la politica deve star fuori dalle banche, ma va sconfitta la tesi che attribuisce alla politica i mali della finanza, perché è vero esattamente il contrario. È il capitale finanziario che ha puntato in questi anni a mettere le mani sulla politica e sulle istituzioni. È tempo che la democrazia entri nella finanza.

E sul fronte della lotta all’evasione?

Tracciabilità è la parola chiave, moneta elettronica è lo strumento. Il nostro paese è in grande ritardo. Bisogna puntare a incrementarne l’utilizzo rapidamente ed efficacemente. E le banche devono fare la loro parte , anche rinunciando alle commissioni, per innescare una spirale virtuosa di diminuzione dell’evasione. Sapendo che, dalle maggiori entrate che ne deriveranno, il governo potrebbe poi (secondo noi, dovrebbe) rimborsare alle banche il costo di quelle operazioni.

Rassegna Ma il settore è davvero in crisi?

La crisi del paese è specchio reale della difficoltà in cui versano le banche. Possono essere motore della ripresa, ma serve un governo capace di mettere al centro crescita, equità e lavoro. Per questo è importante che dalle elezioni esca vincente il centrosinistra. In ogni caso il sistema bancario già vive una fase di crisi, per ora solo da ristrutturazione da costi, ma dovrà necessariamente passare all’innovazione, con particolare attenzione alle nuove generazioni. Dopo un contratto nazionale realizzato nel 2012 con al centro l’occupazione e l’area contrattuale, e dopo aver negoziato accordi in tutti i gruppi bancari con circa 20.000 esuberi, ora è tempo di immaginare che la ristrutturazione industriale a cui è sottoposto il settore richiede un progetto, una prospettiva in cui le parti sociali, insieme al nuovo governo, sappiano mettere al centro il ruolo delle banche al servizio del paese e la difesa dell’occupazione nel settore.

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