La riforma delle relazioni industriali: salari, produttività, disuguaglianze

Il 14 settembre si è svolto un incontro con Enrico Letta sul tema: salari, produttivita’, disuguaglianze.
Prima delle conclusioni dello stesso Letta ci sono stati alcuni brevi interventi.

Di seguito riportiamo l’intervento di Agostino Megale, Seg.Gen. Fisac-Cgil:

“C’è un vuoto di pensiero politico e sociale, di progettualità che guardi al futuro per fare quello che si fece con Ciampi negli anni ‘90. E’ indubbio che ci siano dei ritardi su una riforma, quella della rappresentanza, di cui si parla da almeno venticinque anni, ma è eccessivo immaginare che la responsabilità di questo ritardo pesi sulla scarsa capacità del sindacato di essere rappresentativo.

Mai come in questo momento, anni di crisi durissima, sarebbe stata necessaria coesione, unità, sguardo all’Italia, invece il paese va nella direzione opposta: tutto si frammenta, tutto si divide, tutto decade. Non è il tempo di individuare responsabilità in qualcuno, rischiando di creare nuove divisioni, semmai c’è bisogno dell’opposto. Per quanto ci riguarda direttamente come sindacato confederale: occorre una legge sulla rappresentanza, sulla rappresentatività. Mi pare su questo ci sia unanime convergenza ed esiste già un documento CGIL CISL UIL.  Bisogna aver chiaro anche quanto ricordato da Tiziano Treu: l’aumento dei contratti in pochi anni che passano da quattrocento (già erano troppi) a ottocento. Ne servirebbero quaranta di contratti nazionali, accorpati, di filiera. A quel punto il secondo livello andrebbe avanti.

C’è quindi un tema rappresentanza, contratti e anche salariale. Abbiamo misurato l’andamento dei salari nel rapporto “Poveri salari”.

In Italia il livello del Pil è ancora inferiore di oltre il 7 per cento rispetto al 2008. In Spagna, invece, il recupero è quasi completo mentre Francia e Germania, che nel 2011 avevano già recuperato i livelli di attività pre-crisi, segnano progressi pari rispettivamente al 4 e all’8 per cento. E’ di certo incoraggiante la previsione rispetto al PIL italiano che nel 2017 dovrebbe crescere del 1,5 per cento, più di quanto si prevedeva prima dell’estate.

Rimane l’annosa questione salariale a determinare, comunque, bassi livelli di crescita, quando c’è. E il problema degli scarsi investimenti connessi tanto ai bassi salari che al PIL.

Nel decennio 2007 – 2017 gli investimenti si riducono del 25 per cento circa. Questo significa meno cento miliardi. La diretta conseguenza è la contrazione del PIL. Indirettamente il crollo degli investimenti incide anche su occupazione e come vedremo sui salari.

In realtà, ed è importante sottolinearlo il tema degli investimenti insufficienti era già presente prima della crisi. Già nei primi anni duemila il livello d’investimenti in Italia era relativamente basso. In relazione alle principali economie dell’eurozona, in Italia, s’investiva meno e per questo crescevamo, in termini di PIL, meno della media.

E’ apprezzabile la creazione di nuova occupazione ma è del tutto insufficiente. Siamo ancora molto lontani dai livelli pre crisi. Per altro la poca occupazione che si crea è tutta nell’area nord del paese. c’è poi un aspetto qualitativo: nel 2017 circa il 67% è assunto con contratti a termine, sono stati spesi 20 mld finiti i quali si è tornati alle assunzioni a tempo determinato.

Queste tendenze si manifestano in un contesto di contrazione del fatturato interamente ascrivibile alla debolezza delle vendite sul mercato interno. C’è una questione salariale nazionale.

Un lavoratore tedesco percepisce mediamente annualmente  oltre nove mila euro lordi in più di uno italiano e uno francese quasi settemila settecento.

In Italia i salari contrattuali hanno difeso dall’inflazione i lavoratori ma non hanno ridistribuito produttività. Questa dinamica con un fisco eccessivamente oneroso sui redditi da lavoro (troppo poco sui patrimoni) ha comunque determinato un impoverimento del salario netto.

Le retribuzioni di fatto vanno anche peggio delle contrattuali. E non perché vi sia una diffusa mancata osservanza dei minimi nel lavoro regolare, ma perché le voci extra-CCNL non hanno, ad iniziare dalla contrattazione integrativa, tenuto il passo nella crisi.

Già sono pochi i lavoratori che beneficiano della contrattazione di secondo livello, inoltre nella crisi si è ridotta in modo consistente. C’è un problema produttività la cui crescita è la via maestra per fare crescere i salari. Di certo, quanto detto sugli investimenti sopra ha conseguenze anche in tal senso. Mediamente, infatti, gli orari italiani sono più lunghi di quelli delle altre maggiori economie avanzate, con la sola eccezione degli Stati Uniti. La produttività non dipende dalle ore lavorate, ma dagli investimenti. Tra il 1990 ed il 2017 in Italia la produttività è cresciuta del 9 per cento, in Francia del 27 e in Germania del 25. Nel 2016 in Italia si è lavorato 258 ore in più rispetto alla Francia e 367 rispetto alla Germania. Si lavora di più con una produttività più bassa.

Se vogliamo fare crescere i salari, oltre ad una fiscalità che non divori gli aumenti contrattuali, serve fare crescere la produttività. E serve ridistribuirla.

Per quanto riguarda i settori: i servizi di mercato (tra cui banche ed assicurazioni) sono pressoché fermi da oltre tre lustri. La P.A. perde quanto guadagnato nel 2003-06. Intenso processo di ristrutturazione nell’Industria, che ha modificato  la composizione dell’occupazione, con un impatto algebrico positivo sui livelli retributivi medi in cambio di occupazione.

Nonostante la liquidità della BCE gli impieghi delle banche all’economia reale si sono ridotti. In parte è colpa delle banche, in altra gran parte delle imprese stesse (negli anni della crisi si è ridotta anche la domanda, non solo l’offerta, di credito). Nonostante il favor fiscale (l’imposta sulle società negli ultimi 15 anni è stata ridotta di circa 10 p.p).

Servono investimenti per fare crescere la produttività necessaria a sua volta per far crescere i salari. Serve rinnovare i contratti e aumentare i salari. La contrattazione di 2 livello va estesa. Serve un fisco che a partire dal 2018 riduca le tasse sul lavoro tassando le grandi ricchezze oltre gli 800 mila euro. Serve una legge sui top manager non è sostenibile che 1 valga 100, diciamo basta alle diseguaglianze.

La CGIL propone un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile per creare 600 mila nuovi posti di lavoro investendo 30 miliardi nei prossimi tre anni (il jobs act 2015/2017 ne è  costato oltre 20.

Laboratorio SUD è finalizzato alla costruzione di un’interazione tra politiche nazionali e regionali e a sollecitare la ripresa di investimenti ordinari da integrarsi con le risorse europee previste dai diversi fondi SIE.

Infine: il salario minimo. Va introdotto per tutti coloro che non hanno un contratto. Non si può continuare ad avere lavoro invisibile. Alla precarietà si aggiunge un lavoro “nero” che in un paese moderno non è più accettabile. I dati dell’ultimo rapporto Istat “l’economia non osservata nei conti nazionali” che riguardano il 2015 ci  raccontano un paese in cui il sommerso è ancora al 12,6% del Pil, attestandosi a 208 miliardi di euro circa e il lavoratori in nero sono tre milioni settecento mila. Dal contrasto a queste dinamiche si deve partire. Occorre dunque affrontare i problemi e andare avanti.”

– scarica il documento allegato

 

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