Lab Banche: una scelta politica

By: Tomorrow’s Europe – All Rights Reserved

Negli anni della nuova grande crisi il settore del credito attraversa un periodo di profonda trasformazione. E questo, se estendiamo il periodo di osservazione sino alla fine del diciannovesimo secolo, non è una novità.
Il punto centrale attorno al quale i legislatori hanno alternato valutazioni e di conseguenza agito è stato se concedere o meno alle banche di operare contestualmente come prestatori di breve, medio e lungo termine oppure se optare per banche che fossero specializzate. Il volano che ha spinto il cambiamento sono state le crisi che più volte hanno interessato il settore o singoli Istituti.
Nel diciannovesimo secolo, in Italia, in un regime non regolato, le banche italiane operavano secondo il modello della banca mista (sul modello tedesco), che gestiva il credito senza scadenze contrariamente al modello specializzato di tipo inglese in cui esistevano banche atte all’attività d’investimento e banche specializzate nell’attività a breve termine.  
L’assetto definitivo venne dato con la Legge Bancaria del 1936, la più duratura, che distinse tra Aziende di Credito, con facoltà di raccogliere e prestare a breve termine a tutta la clientela ed istituti specializzati con facoltà di esercitare il credito a medio e lungo termine, con la particolarità degli Istituti di Diritto Pubblico (Banco di Napoli, Banco di Sicilia, ecc.) che operavano a breve termine e con sezioni speciali a medio e lungo termine.
La svolta è arrivata nel 1990 con la Legge Amato/Carli che avviò la trasformazione degli istituti di Diritto Pubblico e delle Casse di Risparmio in Società per Azioni. E’ in questo modo che si crearono le Fondazioni di origine bancaria. Si è smossa, si disse: la “foresta pietrificata” che aveva fino ad allora ingessato il mercato del credito.
A soli tre anni di distanza, nel 1993 il Testo Unico del Governo Amato, accogliendo la 2° Direttiva Bancaria CEE del 1992 eliminò le segmentazioni nell’operatività degli intermediari, ricostruendo di fatto la banca universale. Nel ‘98 il legislatore avvertendo l’importanza di regolamentare l’offerta di prodotti nel campo della gestione del risparmio approva il testo unico della finanza.
In tema di Fondazioni l’anno successivo un decreto del Ministero del Tesoro concesse agevolazioni fiscali per le fondazioni di origine bancaria che avessero dismesso le loro partecipazioni di controllo. L’intento era quello di rompere definitivamente il legame tra politica e banche. Le fondazioni avrebbero continuato la propria attività di pubblico interesse con le rendite generate dal patrimonio. Gli Enti locali tramite il potere di nomina riconosciutogli nelle fondazioni avrebbero continuato a veicolare le risorse verso il territorio. Ed il legame banche e politica, in conseguenza della minoritaria partecipazione nel capitale delle banche delle fondazioni, si sarebbe interrotto. Sempre ammesso che le quote di partecipazione fossero state effettivamente dismesse dalle fondazioni. E questo non sempre è accaduto. Si è ridotta, certo, la presenza pubblica negli assetti proprietari delle banche. Rispetto al 1992 la quota delle attività bancarie facenti capo a istituti al cui capitale gli enti pubblici e le fondazioni partecipino per più della metà è diminuita dal 68% al 10%.
Negli ultimi venti anni il settore ha vissuto anche grandi cambiamenti di tipo organizzativo. Spesso come conseguenza delle modifiche sul piano istituzionale.
Durante i primi dieci anni, dal 1990 sino all’inizio degli anni duemila sono state realizzate 566 operazioni di aggregazione fra banche che intermediavano quasi la metà dei fondi totali. Il numero di banche attive è diminuito di un quarto, da 1100 a 829. Si è articolato maggiormente il settore dell’intermediazione finanziaria, aumentando la propria importanza nei diversi comparti della gestione del risparmio, del leasing del factoring, ecc.
La richiesta politica di avere sulla Capitale una grande banca nazionale ha portato dapprima alla fusione fra Cassa di Risparmio di Roma e Banco di Santo Spirito e successivamente la loro incorporazione in Banca di Roma. Qui si verifica la prima esternalizzazione importante con la costituzione del Centro Elettronico in Roma Servizi Informatici, società che entro un anno venne interamente ceduta al gruppo EDIESSE.
Per altri versi ambizioni locali hanno fatto si che Bipop-Carire, piccola banca locale, speculando sui mercati ed agendo essenzialmente sulla gestione finanziaria, arrivasse a quotare nel 1996 più di Fiat per poi precipitare all’inizio del 2001 in una situazione di profondissima crisi, con una svalutazione eccezionale della quotazione del titolo.
Ma la crisi di maggior portata ed importanza è stata quella che ha investito le Banche del Mezzogiorno, desertificando il Sud dalla sede di Aziende nazionali. Sicilcassa e Banco di Sicilia, Banco di Napoli, Carime sono passati per la cruna delle crisi e sono stati assorbiti da Banche del Centro Nord.
Passaggi non indolori per i lavoratori che, oltre a chiusura di Istituti, esodi incentivati, blocco del turn over, vendite di sportelli e trasferimenti forzosi si sono visti anche diminuire il salario per legge e peggiorare il welfare aziendale.
Durante il decennio successivo, negli anni duemila, sotto la spinta della Banca d’Italia si è avuta una maggiore aggregazione fra banche nazionali allo scopo di preservare la nazionalità dei principali Istituti e di reggere la concorrenza dei colossi europei, si diede inizio ad un consistente processo di fusioni e acquisizioni durato sino allo scoppio della crisi.
Nella prima parte del decennio si ha un grande sommovimento senza che quelle dimensioni critiche auspicate da Banca d’Italia fossero raggiunte.
L’auspicio si realizza negli anni 2006/2007 dando vita ai primi 4 gruppi bancari italiani per numero di sportelli: l’incorporazione di San Paolo IMI da parte di Intesa, quella di Capitalia da parte di Unicredito, la fusione di Banca popolare Italiana e Banca Popolare di Novara e Verona, l’incorporazione di Banca Lombarda e Piemontese da parte di UBI.
Tutte queste operazioni determinano ristrutturazioni organizzative che vengono gestite con chiusure di filiali, costituzione di poli operativi, esodi incentivati e trasferimenti. Ma è soprattutto il Fondo Esuberi di settore l’arma strategica che ha consentito di effettuare sostanziose operazioni di alleggerimento del personale. Definito nel 1998 è diventato effettivamente operativo ai fini degli esodi nella metà del decennio successivo, intrecciando tutte le operazioni di ristrutturazione che vengono compiute e permettendo una significativa diminuzione del totale addetti del settore.
Il sistema vive una nuova trasformazione con contorni tutti da definire. Questa volta la situazione sembra essere ancora più complicata che nel passato. In questa fase, oltre alle ristrutturazioni che hanno storicamente caratterizzato il settore si aggiunge l’evoluzione tecnologica che impone un ripensamento del modo di impiegare le risorse ed un contesto normativo che limita il turn over.

di Nicola Maiolino e Nicola Cicala

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