Banca Popolare di Bari: clima aziendale

1 - Fabi 3 - Fisac Cgil 7 - Unisin

LA FEROCIA

“Anche se ci dovremo trasformare in S.p.A., resteremo sempre una banca popolare!”

 

Queste parole le ricordiamo ancora.

Accorato e veemente, il Presidente della Banca Popolare di Bari le pronunciava durante la sua relazione durante l’ultima Assemblea dei Soci, tenutasi in Bari il 29 aprile 2018.

Cosa volesse dire davvero non lo sappiamo, di certo non ci aspettavamo l’attuale degenerazione  nei rapporti dell’Azienda nei confronti del proprio Personale, il motore produttivo e quello che, ad oggi, insieme ai Soci, sta pagando il prezzo più alto di una crisi della quale è vittima, non certo origine.

Abbiamo scritto già troppe volte del clima di intollerabile vessazione senza prospettive che regna in tutto il Gruppo e, non solo la Dirigenza BPB finge il dialogo e disconosce il reale rispetto delle persone e delle parti, ma ha assoldato un uomo, che già in passato aveva portato la BPB ad esser condannata in Tribunale per condotta antisindacale, per “. . . accelerare il processo di snellimento del personale . . .”, avallandone formalmente  la condotta sprezzante e minatoria.

 Più in generale, poi, è del tutto evidente che la Banca, ignorando le ragioni dell’accordo dell’agosto del 2017  (il cui responsabile presupposto logico era quello di stringere la cinghia tutti – con giornate di solidarietà e la sospensione del contributo al FIP –  per preservare a tutti il posto di lavoro), ha avviato tutti i meccanismi che la porterebbero comunque ad avere i famigerati 500 esuberi, o nel suo lessico edulcorato, 500 risorse “liberabili”.

 E così, partendo dalla installazione di sportelli automatici evoluti – spesso malfunzionanti – con riduzione del personale allo sportello, calcando la mano su art. 7 e relative sanzioni, passando per gli accorpamenti di uffici, non meglio quantificate chiusure di filiali qua e là per l’Italia, con individuazione di personale da adibire al Customer Center  con criteri ignoti e fors’anche discriminatori, si stanno rapidamente mettendo insieme i pezzi di un mosaico che, completato, porterà fatalmente a dimostrare che sì, ci sono gli esuberi, nonostante i sacrifici.

La vicenda delle recenti chiusure di filiali, con il suo corredo di pesantissime ripercussioni  sul personale coinvolto e con casi che si sarebbero senz’altro potuti gestire diversamente, se solo l’Azienda lo avesse voluto davvero,  mostra un cinismo, una ferocia mai vista prima d’ora in questo Gruppo Bancario.

 Le colleghe e i colleghi interessati alla mobilità che presupporrebbe, di fatto, un cambio di residenza, in quanto a servizi di banca telefonica, potrebbero svolgere benissimo la medesima attività negli stessi siti di provenienza e/o altri limitrofi al luogo originario, sempre della Banca.

Non lasceremo campo libero all’Azienda: il motivo per cui non abbiamo firmato l’accordo propostoci in materia è stato proprio quello di non compensare l’inutile e darwinisticamente selettivo stravolgimento delle vite con duecento euro lordi per dodici mesi, oggi per otto persone, domani per chissà quant’ altre.

In altre parole non abbiamo voluto fornire alla BPB il lasciapassare per spostare a suo piacimento persone da un capo all’altro della Penisola, con sdoganamento dei demansionamenti e pochi soldi per lavarsi la coscienza.

Questa vicenda, nella sua drammaticità, si mostra come solo l’inizio di un modo di fare che nel giro di poco potrebbe riguardare chiunque lavori nel Gruppo BPB.

C’è poco da negoziare qui, visto che anche la nostra proposta di porre un limite chilometrico ai trasferimenti non è neanche stata presa in considerazione dalla Delegazione Aziendale.

Si tratta di scelte, da parte della Banca, inopportune, ingiustificate e inaccettabili, in particolare modo perché prese nei confronti di persone provate da malattia o in regime di legge 104.

Decisioni aziendali effettuate anche in dispregio alle norme del Decreto Legislativo della Legge 81/2008 in tema di sicurezza e di stress lavoro correlato.

Non lasceremo soli i colleghi e le colleghe oggi coinvolti e intendiamo porre in essere tutti gli atti e gli strumenti per tutelarli.

E tutti dobbiamo sostenere questa posizione perché nessuno può sentirsi al riparo.

Questo vuol dire restare “banca popolare”?

E dove è finita l’attenzione alle persone, ai territori, ai soci? Quale modello di banca si ha in mente per il futuro?

Siamo solo al cospetto di una cura dimagrante per indossare l’abito della festa?

Il fatto vero è che sono ormai tre anni che la gestione caratteristica del Gruppo è in perdita e si va avanti con operazioni straordinarie, gli sforzi al limite dell’umana sopportazione, da parte della rete in primis e delle strutture tutte poi, vengono vanificati dalle continue rettifiche sui crediti e il management aziendale non riesce a trovare soluzioni per uscire da questa spirale negativa e dunque si accanisce sui dipendenti spremendoli come un limone e provando a decimarli, nonostante il costo del personale incida del 51,85% sul 90, 15% (cost/income, dati bilancio 2017) e il costo unitario dei dipendenti sia in linea con banche analoghe.

Di fronte a tutto questo è necessario mobilitarsi.

Dovremo mettere in pratica tutti gli strumenti protesta possibili arrivando anche allo sciopero, se necessario, se quest’Azienda non cambia registro.

Tutte e tutti sono chiamati a compattarsi, a non lasciarsi dividere, a non lacerarsi in beghe intestine.

Vi terremo informati sulle prossime iniziative.

Bari, li 12 luglio 2018

Segreterie OdC
FABI- FISAC/CGIL- UNISIN
Gruppo BPopBari

Photo by Brian Smithson (Old Geordie)

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