Fisac Piemonte: confermato Sturniolo Segretario Generale

17 ottobre 2018

Si sono conclusi i lavori del IX congresso della Fisac (struttura Torino e Piemonte), il sindacato dei lavoratori delle assicurazioni e del credito. Giacomo Sturniolo è stato confermato segretario generale.


RELAZIONE AL CONGRESSO DELLA FISAC PIEMONTE

Tutte le famiglie felici si somigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
(Lev Tolstoj, incipit di “Anna Karenina”)

Il contesto generale

“Nell’arco dei prossimi cinque anni, la porzione del reddito globale posseduta dai Paesi considerati non liberi, come Cina, Russia e Arabia Saudita, supererà quella delle democrazie liberali occidentali”.
L’allarme viene dalla rivista “ Foreign Affairs”, che nel numero uscito questa primavera ( numero 3, maggio- giugno 2018) dedica la copertina ad una domanda: «Is Democracy dying?». Le argomentazioni trattate riprendono in parte ragionamenti già conosciuti (per l’Italia, ad esempio, vedi Raffaele Simone, “Come la Democrazia fallisce”, Garzanti 2015), ma il saggio più originale e interessante è quello di Yascha Mounk e Roberto Stefan Foa. Si intitola «The End of the Democratic Century», e sostiene che le democrazie stanno perdendo perché non sono più capaci di garantire ai loro cittadini la migliore qualità della vita al mondo. Durante il secolo scorso la forza dei sistemi liberali era consistita nell’attrattiva della loro ideologia, ma l’elemento che aveva fatto davvero la differenza era stata la forza economica. Anche quando era arrivato al suo picco (a metà degli anni cinquanta) , il blocco sovietico non aveva mai superato il 13% del reddito globale. L’alleanza occidentale invece era sempre stata sopra al 50%.
Nel 1990 i Paesi giudicati non liberi (fra cui Cina, Russia e gran parte del continente africano) dalla Freedom House (Organizzazione non governativa con sede a Washington D.C. , che conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche e diritti umani, da Wikipedia) avevano il 12% del reddito globale; ora sono al 33% (come negli anni trenta, con il fascismo europeo al culmine) , e tra 5 anni supereranno le democrazie liberali.
Del resto anche all’interno dei Paesi totalmente democratici il sistema non gode di ottima salute. Le spinte autoritarie negli USA di Trump e in alcuni stati dell’Europa Orientale, unite alle spinte populiste italiane e non solo, fanno ritenere che, in assenza di novità positive di rilievo, l’indice di gradimento del sistema democratico potrebbe precipitare ovunque.

In questo panorama l’Europa, culla della democrazia, soffre di un ulteriore problema: forze politiche nazionali condizionate dalle difficoltà economiche, dai rigurgiti nazionalisti e xenofobi e dalla tentazione di offrire risposte populiste, che si devono integrare e coordinare con un governo europeo (l’Unione europea, affiancata di fatto dalla Troika) poco amato per il suo eccessivo rigorismo e scarsamente legittimato democraticamente, ma assolutamente necessario per la sopravvivenza della democrazia europea, almeno nelle forme in cui la conosciamo oggi.

L’Italia, perno centrale ma politicamente debole dell’unione, stenta a riprendere i ritmi di crescita di qualche decennio fa. Secondo le ultime stime Abi (“L’Abi taglia le stime del Pil italiano”, La Stampa, 29 luglio 2018) le aspettative di crescita per il 2018 sono di un 1,3%, confermato anche per il 2019. Per cui notizie moderatamente positive, ma lontane dalla speranza di un trend di sviluppo adeguato ad abbassare sensibilmente il rapporto Debito/ Pil, che ormai supera il 130%, con un debito di oltre 2.300 miliardi di euro. Di cui solo un terzo in mano ad investitori esteri (al di là delle leggende, e compreso il QE della BCE) e con una buona fetta in mano a banche e assicurazioni italiane, cioè le nostre aziende. E dopo le ultime scelte fatte dal governo, non abbiamo motivo per credere che le cose potranno migliorare. Anche la Cgil suggerisce nei suoi documenti di aumentare la spesa pubblica, ma soprattutto per rilanciare la produzione e l’occupazione e “attingendo” in gran parte dalla ricchezza interna in modo equo, tramite un’imposta patrimoniale. Aumentare la spesa senza aumentare le entrate, in funzione di attività in gran parte improduttive, rischia di portarci verso il baratro.
Vediamo anche qualche breve nota sul Piemonte. La nostra regione si inserisce con buone performance sulle esportazioni, ma conferma complessivamente un divario di crescita rispetto alle altre regioni del Nord e anche rispetto alla media italiana. Anche il mercato del lavoro si muove in questa direzione con un aumento degli occupati (0,5%) inferiore alla metà della media Italiana (1,2%). Il livello basso di produttività e il maggiore invecchiamento della popolazione sembrano essere i fattori negativi più condizionanti (L’economia del Piemonte, Banca d’Italia, 2018).

Ma come sappiamo non solo di dati economici si tratta. Il livello di popolarità del sistema partitocratico / democratico sta toccando il fondo. Arretramento economico, paura del futuro, immigrazione, fascismi e razzismi sono solo alcuni dei problemi che affliggono il nostro tempo ed hanno assoluta urgenza di essere affrontati. Ma la cara e vecchia Democrazia, che in passato, anche nei momenti di crisi più dura, è riuscita a mediare conflitti e trovare soluzioni, sembra essere inadeguata. O comunque stenta a trovare risposte.
In questo contesto generale trovano enormi difficoltà soprattutto, ma non solo, i partiti che si riconoscono nella sinistra. Perdono peso elettorale e capacità di proposta i partiti della sinistra moderata, rischiano la sparizione i più radicali. Nati per costruire risposte collettive complessive e razionali a problemi generali (lavoro, welfare, diritti), si trovano a dover rincorrere le richieste frammentate e non sempre razionali di un popolo che avevano contribuito ad integrare e che ora si sente in buona parte non rappresentato o addirittura escluso.
Riusciranno a riformarsi o stanno esaurendo la loro funzione storica e sono destinati alla sparizione, almeno nella forma da noi conosciuta? Il Parlamento diverrà davvero inutile come sostiene Casaleggio junior (“In futuro Parlamento inutile” , La Stampa, 24 luglio 2018).

E il Sindacato confederale, anch’esso creatura del secolo scorso, ha ancora una funzione storica da svolgere?
Se la Democrazia è davvero in crisi può essere davvero difesa da soggetti collettivi diversi da quelli tradizionali?
Si tratta di domande che credo sia importante porsi in questa fase storica, ma sicuramente troppo ambiziose per essere affrontate in una breve relazione di apertura di un Congresso della Fisac del Piemonte.
Per cui, in chiusura di capitolo, mi limito ad una breve considerazione sul Sindacato confederale.
Parto da una considerazione molto positiva: un’Organizzazione che imposta la riflessione sui documenti congressuali allargando la base di discussione, che accetta le nuove sfide sulla digitalizzazione e sull’inclusione, che sa elaborare proposte e sa valutare azioni conflittuali anche alternative a quelle tradizionali (penso alla nostra campagna referendaria) per sostenerle e che vuole rilanciare il ruolo della contrattazione, anche in chiave fortemente unitaria, si muove nella direzione giusta.
Ma impostare e svolgere una fase congressuale in modo adeguato, non ci deve far dimenticare le contraddizioni e i problemi da affrontare.
Mi limito a qualche esempio.
Il coinvolgimento della base sindacale è stato positivo ed efficace, mentre per quanto riguarda gli iscritti c’è stata una partecipazione accettabile al voto, ma molto più limitata al dibattito nelle assemblee. Colpa del periodo estivo? Colpa dei temi trattati, troppo generali in una fase in cui interessi e passioni si frammentano nello specifico? Colpa del metodo assemblee da non superare, ma almeno da integrare? Si dovrà ragionare e capire meglio, in modo da poter essere più efficaci in futuro.
I provvedimenti del governo non ci soddisfano e le controproposte dell’opposizione ancora meno. L’autonomia come concetto è importante e condivisibile, ma in che modo un sindacato confederale può incidere senza passare dal sistema partiti? In questo contesto l’unità sindacale diventa ancora più importante che in passato, ma basta una forte presa di posizione unitaria (quasi 6 milioni di iscritti alla Cgil, oltre 12 milioni di iscritti solo fra i confederali !, con i 5 stelle che hanno superato di poco i 10,5) per condizionare efficacemente il Parlamento?
Le domande, le contraddizioni e i dubbi sono e saranno tanti, per cui sarà importante proseguire con la dovuta risolutezza e la necessaria attenzione ai nuovi contesti , tutti insieme ( il Congresso “semi unitario” è davvero un fatto importante) , a partire da subito.

Il sindacato di categoria

Dall’ultimo rapporto Abi (“L’Abi taglia le stime…”, ibid.) si evince un taglio dei crediti deteriorati a livello di sistema stimato in 50 miliardi. Lo stock di sofferenze bancarie nel triennio (2019- 2021) si dovrebbe di conseguenza ridurre del 40%, lasciando maggiore spazio alla redditività interna e all’azione positiva sul territorio. Sempre nel triennio si prevedono utili netti medi annui di circa 10 miliardi, con un ROE che si assesterebbe a fine periodo intorno al 5%. Numeri ancora lontani dai livelli pre crisi, ma di tutto rispetto.
Ottimi presupposti, quindi, per un rinnovo contrattuale di settore che ha come obiettivi strategici l’inclusione (allargamento aree contrattuali), l’occupazione (riorganizzazione , ma anche nuove assunzioni), un riconoscimento economico in linea con la ripresa tanto decantata e con l’innalzamento delle competenze professionali e un’organizzazione del lavoro al passo con i tempi. Le figure professionali vecchie e nuove in questo rinnovo o comunque in tempi ragionevoli andranno normate in modo adeguato. Anche sul Welfare di categoria si potrà ragionare con avanzamenti e inclusione.
Sui cambiamenti strutturali di settore (taglio sportelli, nuove attività, nuove professionalità, ecc.) abbiamo già organizzato momenti specifici di approfondimento, che verranno ripresi nel documento politico e che quindi non riprenderò nella mia relazione. Mi riferisco soprattutto al materiale distribuito nell’ultima iniziativa svoltasi il 13 marzo a Torino, che potete trovare sul nostro sito.
Per cui mi limito ad un paio di brevi segnalazioni aggiuntive, in linea con il trend descritto il 13 marzo scorso. Banca Sella sta spostando, più o meno gradualmente (recentemente Pietro Sella ha raffreddato gli animi sulla tempistica), il suo core business verso la costituzione di piattaforme digitali e verso l’IT con progetti ed attività non solo legati alla banca. Corrado Passera, proprio in questi giorni, è appena partito con una nuova avventura bancaria basata sull’applicazione di, parole sue, “nuove piattaforme digitali e competenze verticali” (da “L’economia” del 17 settembre 2018). Si chiama ILLIMITY. Nonostante questi ed altri segnali di interesse , però , i dati di bilancio ci dicono che il grosso degli utili continuano ad arrivare dalla rete tradizionale di vendita. Ci sarà davvero a breve una svolta radicale nell’organizzazione del sistema o assisteremo ad una graduale integrazione fra più modelli? Ovviamente è ancora troppo presto per dare valutazioni nette, ma io aspetterei a dare la rete per spacciata. Per cui, riprendendo quanto detto prima sul Ccnl di categoria, credo sia necessario guardare al futuro, ma con i piedi ancora ben ancorati a terra.

Per quanto riguarda il settore Assicurativo (dati ufficiali presi dal sito Ania) si evidenzia una redditività decisamente più alta (il ROE medio degli ultimi 5 anni si posiziona intorno al 10%), ma le innovazioni tecnologiche e le esigenze organizzative stanno ponendo sfide importanti anche a questo settore. Anche in questo caso non riprendo approfondimenti fatti altrove, ma mi limito ad evidenziare che per il CCNL futuro ci saranno temi nuovi e importanti da affrontare.

I due settori, Assicurativo e Bancario (BCC comprese, soprattutto dopo il compimento della riforma), si confrontano e si affrontano continuamente con sfide tecnologiche e di mercato che hanno diversi punti in comune. Ci sono poi Aziende di primaria importanza Bancaria che stanno investendo fortemente sui prodotti assicurativi e Compagnie di Assicurazione che praticano attività bancaria. Forse i tempi per un contratto unico non sono ancora del tutto maturi, ma credo che il gruppo dirigente si troverà fra non troppo tempo a dover affrontare la questione. Per cui sarà importante proseguire sulla strada della riflessione e dell’elaborazione in questo senso (ne abbiamo parlato per primi nel settembre 2015 ad Assisi), in modo da trovarci pronti quando sarà il momento opportuno.

Un discorso a parte va fatto per il settore Riscossione Tributi che, pur essendo regolato da un CCNL (rinnovato con successo di recente) simile a quello Abi, si è confrontato e continua a confrontarsi con problematiche normative e contrattuali più simili a quelle del pubblico impiego. Molti nodi, CCNL in testa, sono stati risolti positivamente, ma su altri (fondi di categoria, e altro) resta ancora da lavorare.

La Fisac Piemonte

I compiti di un sindacato territoriale cambiano nel tempo, per adeguarsi alle esigenze degli iscritti e dei sindacalisti. Saper capire in tempo queste evoluzioni è essenziale per non rimanere emarginati.
La Fisac Cgil continua ad essere un sindacato confederale molto attento alla dimensione politica, ma rispetto al passato si trova sempre più impegnato sul fronte dei servizi.
Noi del Piemonte in questi anni pensiamo di aver saputo dare risposte politiche in termini di intervento e di mobilitazione sia a livello confederale che di categoria, ci siamo impegnati su campagne e temi specifici ( mi riferisco ad esempio ad interventi del coordinamento donne sulla violenza di genere che hanno fatto “scuola” o all’impegno sulla dislessia nel mondo del lavoro che ha portato i primi risultati concreti in questi giorni nelle selezioni del personale a Intesa San Paolo), ma non ci siamo mai dimenticati dei servizi di supporto ai sindacalisti e direttamente agli iscritti. Anzi, ci siamo stabilmente attrezzati con Dipartimenti che sono stati in grado di elaborare informazioni e pensiero.
Le nostre iniziative su temi economici, legali, di salute e sicurezza e di welfare hanno avuto riscontri positivi “interni” ed “esterni”. Mentre le nostre attività formative hanno contribuito in modo importante alla crescita dei quadri sindacali.
Nel rapporto diretto con gli iscritti, oltre ad allargare l’impegno sulle convenzioni che fino a qualche anno fa erano un tema quasi tabù , si è sviluppato un servizio su tematiche fiscali e di welfare in generale (richieste di riconoscimento dei benefici della legge 104, conteggi pensionistici di varia natura, ecc.), che ha inciso anche sulla trasformazione dell’uso della nostra sede. Non più solo stanze da usare il più razionalmente possibile da parte dei sindacalisti, ma anche luogo di ricevimento degli iscritti, che da qualche tempo frequentano la nostra sede come mai in passato.

Rispetto a questa evoluzione, il gruppo dirigente che si dovrà occupare della struttura regionale e territoriale dovrà proseguire questo lavoro, tenendo sempre più conto delle nuove esigenze organizzative e del conseguente rafforzamento del ruolo dei dipartimenti (nel materiale congressuale trovate dei resoconti sintetici sulla loro attività ). Il coworking per i sindacalisti con meno postazioni fisse? Sale di ricevimento e di attesa più curate per gli iscritti? Potrebbero essere alcuni spunti da cui partire per riorganizzare la nostra sede. Nel testo non a caso ho sottolineato la parola nostra. Un altro obiettivo importante è stato completare l’opera di acquisto estinguendo il mutuo con l’intervento di tutti i Comprensori, ai quali sono stati restituiti tutti i contributi in tempi brevissimi, grazie alla gestione molto accurata delle risorse, nella migliore tradizione della Fisac Piemonte.
Ci tengo a sottolineare l’importanza di questa operazione, in quanto consente di ragionare con maggiore serenità rispetto ad un futuro che potrebbe essere complicato, anche da un punto di vista delle risorse economiche a disposizione.
Ma che cosa sono le risorse e le strutture senza le donne e gli uomini che le rendono utili e vive?

I Sindacalisti

Riprendo la citazione di inizio relazione. Le “famiglie infelici”, con tutte le loro diverse “infelicità”, sono la nostra “missione”. Che si tratti di sfruttamento, di perdita di posti di lavoro, di discriminazione oppure di un trasferimento disagevole, di una pratica fiscale o di una informazione su un Contratto integrativo aziendale, noi “risolviamo problemi”, come Mr. Wolf di “Pulp fiction”. Questo nella consapevolezza duplice che i problemi non sono tutti uguali (un licenziamento ed un trasferimento non hanno ovviamente lo stesso livello di importanza), ma che tutti i problemi che ci vengono posti necessitano di una risposta.
I “felici”, rampanti e col vento (aziendale) in poppa si rivolgono poco a noi, almeno finché le cose girano bene, mentre invece lo fanno tutti gli altri. Finché continueremo ad essere un punto di riferimento per i nostri colleghi e per le nuove professionalità che “includeremo” nel futuro, magari migliorando le nostre capacità di rispondere ai problemi posti, siano essi individuali o collettivi, continueremo a esistere, riconosciuti e apprezzati. Se un giorno invece dovessimo smettere di fare questo, la nostra funzione inizierà davvero a vacillare.
Ma in un mondo difficile e complesso come quello in cui stiamo vivendo ci sarà sempre più bisogno di Sindacato e , soprattutto, di Sindacalisti. E noi saremo pronti, come sempre, ad essere punto di riferimento.

Di conseguenza, compagne e compagni, al lavoro e alla lotta!
E buon Congresso a tutte e a tutti !

 

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