Nota sulla 25esima Conferenza sul clima dell’ONU

Nota sulla 25esima Conferenza sul clima dell’ONU (COP25)

 

La 25esima Conferenza sul clima dell’ONU (COP25) si è chiusa qualche giorno fa a Madrid con un totale fallimento. Anche il segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha dichiarato la sua delusione per i risultati della COP dicendo che la comunità internazionale ha perso un’importante opportunità per mostrare maggiore ambizione, mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato  come il mancato accordo di Madrid dimostri quanta strada debba ancora percorrere la consapevolezza della necessità di salvaguardare il pianeta. Nascondendosi dietro una discussione apparentemente molto tecnica, i leader globali hanno deciso di non affrontare con determinazione e urgenza l’emergenza climatica. L’accordo sul clima adottato alla COP21 di Parigi nel 2015 ha sancito l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C, ma sappiamo che gli impegni volontari assunti dai vari paesi, anche se fossero tutti rispettati, porterebbero ad un aumento ben oltre i 3,5°C. Per eliminare questa distanza, il documento finale della conferenza di Madrid ha previsto l’obbligo per i paesi di incrementare gli impegni di riduzione delle emissioni al 2030. Sembra un progresso ma lo è solo relativamente perché non necessariamente i nuovi impegni saranno sufficientemente ambiziosi da garantire l’obiettivo di 1,5°C, trattandosi pur sempre di impegni volontari. Inoltre gli impegni non sono vincolanti e non sono previste sanzioni per i paesi che non li raggiungono. Un altro punto di discussione della COP25 è stato quello della revisione del meccanismo per gli aiuti alle comunità e ai paesi colpiti da disastri climatici (danni e perdite). Anche su questo punto non si sono registrati avanzamenti sostanziali. Così come non ci sono stati progressi sulla finanza per il clima, sia per le politiche di mitigazione che di adattamento, e sul trasferimento di tecnologie verso i paesi più poveri e in via  di  sviluppo, spesso i più danneggiati e vulnerabili  oltre  che quelli con minori responsabilità storiche, in termini di emissioni. Non è stato trovato un accordo sulle regole del nuovo meccanismo per il mercato del carbonio (previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi), che dovrebbe consentire lo scambio di quote di emissioni fra paesi che emettono troppo e altri che emettono meno. La discussione su questo punto è stata rinviata ai negoziati del 2020. E’ stato adottato il Piano di azione di genere (GAP gender action plan) per promuove i diritti e la partecipazione delle donne nell’azione climatica ma non si è voluto agire con la stessa attenzione per il rispetto dei diritti umani.

Ancora una volta la COP si è chiusa con la soddisfazione di pochi: le multinazionali e le istituzioni finanziarie che dominano questo sistema di sviluppo insostenibile, che genera e accresce ingiustizie sociali, violazione dei diritti umani, disuguaglianze, devastazione ambientale e emergenza climatica. La politica ha deciso di non ascoltare gli appelli disperati degli scienziati né le richieste delle migliaia di mobilitazioni che nell’ultimo anno hanno inondato il pianeta con il movimento dei #FridaysForFuture e con una marcia di oltre 500.000 persone durante le giornate della COP a Madrid. D’altra parte, la Presidenza cilena della conferenza sul clima, mantenuta anche dopo che era stata certificata la violazione dei diritti umani e l’uso della violenza per reprimere le pacifiche proteste per i diritti e la giustizia sociale, non presagiva niente di buono. Per rispondere all’emergenza climatica, l’attuale sistema va radicalmente cambiato e non potevamo aspettarci un ruolo di leader del cambiamento proprio dal paese che il sistema neoliberista l’ha sperimentato per primo e che continua a difenderlo con la repressione e la violenza. Il tempo ormai è scaduto e ogni decisione rinviata è una mancanza imperdonabile che aumenta gli effetti devastanti dell’emergenza climatica. Ricordiamo solo, per fare un esempio, che l’Italia è sesta nel mondo, con

20.000 morti negli ultimi 20 anni riconducibili ad eventi estremi causati dai cambiamenti climatici. Per questo il fallimento della COP25 ci dice che dobbiamo intensificare la lotta per la giustizia sociale e climatica. La CGIL proseguirà ancora con più forza e determinazione nel proprio impegno per la giusta transizione verso un modello di sviluppo sostenibile, con la contrattazione, la mobilitazione e con le alleanze con tutte le realtà e i movimenti impegnati come noi su questi temi. Il prossimo appuntamento è la COP26 che si svolgerà a novembre 2020 a Glasgow in Scozia, l’Italia è partner della prossima conferenza e ospiterà a ottobre a Milano la pre-COP e un evento dedicato ai giovani. L’Italia non si presenta bene a questo appuntamento, almeno al momento, avendo un Piano Nazionale Integrato Clima Energia con obiettivi più bassi rispetto ai target europei, fra l’altro da rivedere secondo le indicazioni della nuova Commissione Europea, senza nessuno strumento per affrontare la giusta transizione dei lavoratori e nessun processo democratico e partecipativo. Il ruolo della CGIL nella lotta per la giustizia climatica, anche in vista dell’appuntamento di Milano, è determinante. Dobbiamo intensificare il nostro impegno per il clima e per lo sviluppo sostenibile a tutti i livelli dell’organizzazione, con contrattazione, assemblee e formazione. Dobbiamo far crescere, nei lavoratori e nei delegati, la consapevolezza degli effetti devastanti del cambiamento climatico e le opportunità positive, di sviluppo e di occupazione, della transizione ecologica. La consapevolezza è la premessa indispensabile per creare una forte capacità di mobilitazione su questi temi e un ruolo guida del movimento sindacale nel movimento per la giustizia climatica affinché il contrasto al cambiamento climatico e un modello di sviluppo giusto, equo e sostenibile sia al centro dell’agenda politica del nostro paese, dell’Europa e a livello globale, non solo con le parole ma finalmente con azioni concrete.

(dicembre 2019)