27 gennaio: Giorno della Memoria 2020

Il 27 gennaio del 1945, le truppe sovietiche arrivano ad Auschwitz: l’orrore dei campi di concentramento nazistisi manifesta in tutta la sua drammaticità; in questo luogo della Polonia incontrano l’espressione più bieca e criminale di cui possono essere capaci gli uomini nei confronti dei propri simili. Fino a disporre in modo assoluto della vita di chi viene giudicato inferiore. Un disegno folle, frutto di un’ideologia che fa della superiorità della razza la distinzione tra le persone, ha pianificato milioni di morti, in un disegno delirante di conquista del mondo.

Dal 1939, con l’invasione della Polonia da parte di Hitler, furono istituiti oltre mille ghetti.  Lì vissero, per un periodo più o meno lungo, relegati in spazi sempre più piccoli e in condizioni disumane, centinaia di migliaia di persone. Si calcola furono i due terzi delle vittime della Shoah. Nei primi tempi, per separare le persone di religione ebraica da quelle di “pura razza ariana”, vennero delimitate delle zone delle città, appositamente distinte, con dei cartelli: “Pericolo epidemie. Zona proibita”. È chiaro che, già prima della costruzione dei muri di recinzione, alla segregazione si aggiunge lo sfregio. Il disegno: l’identificazione del nemico, l’isolamento, poi ogni ordine di privazione, la violenza gratuita, la fame, la morte per stenti, per malattia. Infine la deportazione e il destino affidato ai carnefici dei campi di sterminio.

Commemorando il GIORNO DELLA MEMORIA vogliamo ricordare anche ciò che rese evidente fin da subito le atrocità di cui si sono macchiati nazisti e fascisti. Perché non accada mai più.

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LE PAROLE DELLA MEMORIA, di Valentina Mariani

 

Il 27 Gennaio del 1945 l’esercito sovietico liberò i prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, nella località Óswięcim, nel sud della Polonia. Morirono lì più di un milione e mezzo di persone. Morirono nelle camere a gas, con il noto e famigerato antiparassitario “Zyklon B” – e poi furono bruciati nei forni -, morirono fucilati, morirono di stenti, di freddo, di denutrizione, morirono di terrore. La maggior parte di questi sventurati esseri umani era ebrea, c’erano poi dissidenti politici, rom e sinti, omosessuali, disabili. Tutte categorie che, per motivi diversi, erano invise a, e insopportabili per, la folle esaltazione (inventata ad arte, peraltro) della perfetta razza ariana che, nella propaganda hitleriana, coincideva con i popoli germanici – e che in realtà origina da popolazioni indoiraniche…

Dal 2005 in questo giorno, in tutto il mondo, si celebra la Giornata della Memoria, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché sempre sia ricordato quello che è stato il genocidio più atroce della Storia. Un annientamento studiato a tavolino e giustificato da deliranti pseudo-teorie scientifiche basate su nessuna evidenza e del tutto insostenibili, a livello neuro-biologico, come bio-politico ed etico-valoriale.

Ciò che è accaduto negli anni che vanno dal 1941 al 1945 è stato un vero e proprio genocidio, ovvero una sistematica e metodica distruzione di un popolo, o di una comunità, ovvero un insieme di persone che condivide lingua, e-o religione, e-o costumi, e-o etnia. E così, gli Ebrei in particolare, come popolo di Dio sparso nel mondo e non presente in un solo Paese, furono il bersaglio principale dell’odio nazista. Si è scritto che gli Ebrei morti siano stati circa sei milioni; probabilmente il numero preciso non si riuscirà mai a stabilire, anche perché non tutti furono registrati all’ingresso nei vari Lager. Ma di sicuro, di genocidio si è trattato. Ed è stato il più grave della Storia. Questo genocidio viene spesso chiamato Olocausto e questa è la parola internazionale più diffusa, specialmente nei Paesi di lingua inglese. Il termine ebraico è invece Shoah. Ed è il termine corretto, insieme a genocidio.

La parola Olocausto viene dal greco, vuol dire bruciare (kaíō) tutto (holos, tutto) e sta ad indicare i sacrifici fatti alla/e divinità nell’antichità. Antichi Greci ed Ebrei innalzavano su un altare e lasciavano bruciare un animale (toro, agnello, vitello, montone, alcuni uccelli), per tutta la notte, per omaggiare dio. Il gesto, il rito, ritenuto inevitabile, di immolare un essere vivente del regno animale per causa religiosa (inevitabile perché dovuto a Dio, essere superiore all’uomo e supremo: “il fumo che sale è gradito al Signore”) può essere non condivisibile, ma è tutt’altra cosa dall’annientare un popolo. Dire Olocasuto è dire una verità parziale e, soprattutto, sminuente rispetto a ciò che è avvenuto. Inoltre, potrebbe addirittura portare idealmente e filosoficamente a giustificare tale genocidio con la tesi di un’inevitabile offerta motivata dalla credenza religiosa (qualcuno direbbe idolatria).

Shoah (שואה ) è un termine che si ritrova nella Bibbia e significa “tempesta devastante” e indica, in ebraico, una distruzione; è passato dunque a significare lo sterminio del popolo ebraico, una scelta precisa, orrorifica. La Endlösung der Judenfrage (la soluzione definitiva – o finale -della questione ebraica) teorizzata e messa in pratica dai nazisti prima con le espulsioni e poi con le deportazioni e i confinamenti in campi di morte, è una giustificazione ideologica di qualcosa, per tornare ai concetti sopra espressi, fatto passare per inevitabile, per purificatore (proprio come vengono intesi i sacrifici)… Di più; liberatorio da una “razza” ritenuta inferiore e pericolosa per l’umanità. È giusto, e – per quanto possibile – rispettoso, allora, dire sterminio, dire Shoah, perché si ricordi e ci si ricordi sempre che si è provato a distruggere completamente, a cancellare, un popolo.

Sono stata ad Auschwitz e a Dachau, diversi anni fa. Non riesco ancora a trovare delle parole che possano dare il senso a un evento troppo lontano da qualunque possibile umana immaginazione e concezione, e allo sconcerto smisurato che ho provato e che resta sempre presente nella mia memoria, fisica ed emotiva. Concludo perciò solo scrivendo che nel Konzentrationslager di Dachau, vicino ad uno dei forni, vi è una statua, intitolata “Il prigioniero sconosciuto”, dello scultore Fritz Koelle, a memoria e omaggio dei tanti morti ammazzati dai nazisti. Sulla lapide sottostante è scritto: “Den Toten zur Ehr, den Lebenden zur Mahnung” – “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”. L’onore si rende a chi viene ucciso per motivazioni criminali, il monito, che è un richiamo costante alle proprie responsabilità nel mondo, deve fare parte, ogni istante, della nostra coscienza di esseri umani.