CGIL Area Welfare: nota su situazione carceri

Abbiamo assistito, in questi giorni, a violente proteste dei detenuti, non ancora del tutto risolte: la scintilla che le ha fatte esplodere sono stati i recenti provvedimenti del Governo, adottati per il contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. Sono atti violenti, indubbiamente da condannare, ma, alla base, c’è il profondo deterioramento delle condizioni di vita nelle carceri, ed un cronico ed insostenibile sovraffollamento. Le condizioni del nostro sistema carcerario sono note, distanti dal rispetto del dettato costituzionale, tanto da essere sanzionate anche da sentenze CEDU. Una situazione, strutturalmente al di sotto della legalità, che viene esaltata in una situazione di emergenza come questa, generata dal Covid-19.

Nei decreti si prevede che se i nuovi ingressi riguardano persone che presentano sintomi, queste siano sottoposte ad isolamento, valutando anche la possibilità di misure alternative, si raccomanda di limitare i permessi e la libertà vigilata, in modo da evitare l’uscita dalle carceri, si vietano le visite ai detenuti, e si concedono, come alternativa, colloqui via skype, con la possibilità di aumentare i tempi a disposizione per i colloqui a distanza. Ma da più strutture si fa sapere delle difficoltà di accesso e di utilizzo di postazioni skype, peraltro insufficienti, così come lo sono le linee telefoniche a disposizione.

Non si apre nessuno spazio alla concessione di pene alternative per le persone fragili, per le persone più anziane o malate. E si sospendono permessi premio, semilibertà, lavoro extramurario. In una situazione che vede il sovraffolamento carcerario assumere dimensioni drammatiche. Oggi, in carcere, tutti i giorni e per l’intera giornata, c’è quindi un altissimo numero di persone che non fanno nulla, perché anche ai volontari è impedito l’accesso. Si adottano misure che inaspriscono le condizioni della detenzione. Questo ha provocato il clima di tensione che, insieme alle paure suscitate dal virus, è esploso in proteste in tante carceri.

Dalla relazione al Parlamento del Ministro della Giustizia ci saremmo quindi aspettati qualcosa di diverso, non solo un parziale resoconto dei fatti, la condanna di quegli atti e la rivendicazione di quanto (poco) è stato fatto. Non è venuta nessuna concreta proposta utile ad affrontare i problemi che sono alla base di queste rivolte, e che da tempo denunciamo. Nessun chiarimento si è avuto rispetto le persone morte. Nessuna risposta ai problemi che, da tempo, tutti gli operatori denunciano. Occorre una rapida inversione di rotta.

Accanto alle indispensabili misure di prevenzione del coronavirus, ben descritte dal Ministero della Salute, ma che non sembrano ad oggi del tutto rispettate ed applicate nei luoghi di privazione della libertà personale, come sanificazione rigorosa degli ambienti, incremento e diffusione delle norme igieniche previste dal decreto (e non può essere sufficiente l’annunciata fornitura di 100mila mascherine monouso), rispetto della distanza fra le persone, mentre ci sono situazioni in cui in pochi metri convivivono diverse persone, e magari in condizioni igieniche precarie, sarebbe necessario pensare ad altro: rendere effettivamente fruibili i colloqui telefonici, allungandone anche la durata, favorire ed incentivare misure di detenzione domiciliare e affidamento esterno per le persone a fine pena, o che rispondano a determinati requisiti, anche rispetto al percorso svolto in carcere. Sarebbe il momento di pensare ad un provvedimento di sospensione della pena, per esempio per condannati a pene inferiori ad un certo limite, a permessi temporanei per le persone in semilibertà. E, visti i morti per overdose, di affrontare con serietà il tema delle sostanze, non rimuovendolo come finora fatto, introducendo servizi di Riduzione del Danno anche in carcere, e strutturando protocolli con i SerD per potenziare gli affidamenti terapeutici.

E’ indispensabile ridurre la popolazione carceraria, con provvedimenti che riguardino sia chi è già detenuto, che i nuovi ingressi, che, laddove possibile, vanno evitati. Ce lo impone il grave stato in cui versano le carceri italiane, a maggior ragione di fronte al rischio di una epidemia, che in carcere sarebbe davvero ingestibile. Una tragedia per detenuti ed operatori, che già oggi si trovano a lavorare in condizioni di forte disagi, che va in tutti i modi evitata.

Denise Amerini
Responsabile dipendenze e carcere