Il Punto di Giuliano Calcagni – aprile 2020


Sono state e saranno settimane, mesi difficili, intensi, complessi per lavoratori e cittadini, in Italia e nel Mondo; l’inizio di questa riflessione però non può che partire da un rinnovato ringraziamento a tutte e tutti per il grande lavoro che state svolgendo, per il supporto a chi è in prima linea in questa pesante emergenza, la Fisac, la CGIL lo stanno facendo e vi ringrazio per il senso di responsabilità e di appartenenza che nei giorni state dimostrando. 

La pandemia ha portato alla luce del sole l’assoluta impreparazione dei governi occidentali, l’assenza di una catena di comando che non vuol dire necessariamente adottare il modello cinese ma far funzionare più efficacemente il nostro; all’inizio di questi giorni così convulsi, pur in tempo completamente dilatato. abbiamo oscillato fra posizioni le più disparate, un’agorà polidecisionale, tra Governo e Regioni, polarizzata fra il “non temete è una semplice influenza” al “chiudete tutto è una pandemia globale”; non puntiamo il dito e non sponsorizziamo tifoserie, ma verrà anche il tempo in cui si farà il bilancio delle decisioni politiche, della loro tempestività e della loro giustezza. 

Quello che è certo è che sin dai primi sentori del pericolo abbiamo avuto la prontezza di bloccare il percorso assembleare per l’approvazione dell’ipotesi di accordo in rinnovo del CCNL che aveva fino ad allora visto tutta l’organizzazione mobilitata su tutto il territorio nazionale e per questa via amplificando i rischi per la salute di tutte e tutti. 

Abbiamo pertanto ritenuto unitariamente di inviare ad ABI l’approvazione dell’ipotesi di accordo procedendo così già dal mese appena trascorso con l’erogazione delle tranches di aumento. 

Sono e saranno giorni sicuramente non semplici, la mia Segreteria e io, il sindacato unitario insieme a tutti voi abbiamo sino ad ora controllato il susseguirsi della decretazione governativa imprimendo il nostro passo, le nostre idee, sollevando richieste a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, lo zenith è stato sempre orientato a tutelare la salute di chi lavora con generosità e coraggio pur essendo esposto  oggi più che mai alla paura di trovarsi di fronte ad un pericolo sconosciuto e per il quale ad oggi un vaccino non c’è. 

Abbiamo spinto tutti insieme per favorire in misura massima il lavoro agile e ogni altra soluzione organizzativa possibile atta a contenere l’accesso alle filiali e il numero di lavoratori nelle agenzie, dalla sottoscrizione del Protocollo di Settore del 16 Marzo 2020 alla minaccia di attivare mobilitazioni  e sciopero del 23 Marzo fino agli accordi del 24 Marzo che hanno messo in sicurezza tutto il settore, Abi, Ania, Federcasse e Agenzia delle Entrate Riscossione determinando lo svolgimento di tutta l’attività del credito su tutto il territorio nazionale secondo la modalità per appuntamento. 

Davanti all’emergenza crescente abbiamo chiesto con forza alle rappresentanti delle associate del credito la chiusura delle agenzie, bancarie e assicurative per la durata di 15 giorni su tutto il territorio nazionale questo per limitare con un gesto deciso e decisivo il diffondersi del contagio. 

Alla risposta di ABI di rimando al dettato dei provvedimenti del Presidente del Consiglio in materia di servizi pubblici essenziali ha fatto seguito, anche alla luce di grandi criticità evidenziatesi su alcuni territori come Bergamo o Brescia, una diretta richiesta al Premier Conte, preceduta nei giorni immediatamente precedenti da una comunicazione sempre unitaria rivolta al Ministro dell’Interno. 

Non ci fermeremo e faremo il possibile perché la salute di tutte e tutti trovi la massima tutela in questa così delicata fase emergenziale. 

Svolgendo una riflessione più ampia, penso che in questo mese di primavera,  Covid19 sia stato come un disgelo,  è emerso con una forza lacerante un mondo sotterraneo di precarietà, non solo lavorativa, un mondo senza tutele, un mondo senza il necessario coraggio, una realtà fatta di persone la cui vita dipende dal “primo” mondo, relativamente privilegiato ma come si è dimostrato totalmente effimero, fatto di un tempo e di uno schema di modelli industriali e di relazioni sociali che necessariamente dovranno cambiare. 

E nel nostro momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stavano pericolosamente riattivando, Covid19 ci ha fatto sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie.  

Anche se non ne abbiamo colpa. 

 Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class. 

 E nella dimensione cui la consuetudine del quotidiano ci aveva abituato, in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità si giocavano nel “non-spazio” del virtuale, del social network, dando l’illusione della vicinanza, Covid-19 ci ha tolto quella vera di vicinanza, quella reale e che abbiamo riscoperto condizione necessaria e non sostituibile della socialità: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto, in tempo nuovo di cui forse avevamo perso il senso ed il  valore. 

E tuttavia quando la scienza ha parlato, non è stata ascoltata. 

 Gli scienziati lo avevano detto fin dall’inizio, ma questa yubris, questa superbia ci ha fatto arrivare impreparati. 

L’OMS, dopo SARS e Ebola aveva più volte allertato circa l’assenza totale di controlli nello scambio fra fauna vivente e uomo. Soprattutto in alcuni grandi paesi del pianeta come la Cina. 

Nulla è stato fatto. 

Nel nostro piccolo l’abbiamo sempre sostenuto, la globalizzazione è stata sdoganata, accettata ma nessuno si è mai posto il problema di governarne la gestione e soprattutto gli effetti. 

 Abbiamo globalizzato tutto: migrazioni, merci, gente, finanza, economia, ma tutto è senza un governo e ciascun elemento può diventare un fattore di criticità una volta l’emigrazione, poi l’epidemia oppure la finanza e questa pestilenza sconta anche gli effetti del tempo che viviamo, un tempo in cui la velocità è il tratto più evidente, ed in questo caso si è rivelato un elemento di poderosa fragilità. 

Pensiamo ad esempio al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina trasmessa all’essere umano quando ha iniziato ad addomesticare la mucca.  

Il morbillo ha invaso il mondo camminando, a piedi.  

L’influenza spagnola, che pur ha mietuto milioni di  morti, un secolo fa ha impiegato ben due anni per diffondersi.  

Questa volta invece sono bastate un paio di settimane.  

Un virus che stava in mezzo a una foresta, in Asia, è stato improvvisamente catapultato al centro del mondo occidentale, passando da un mercato in cui venivano radunati animali provenienti da aree geografiche molto diverse.  

Lo abbiamo detto già nella riflessione di Febbraio, siamo noi ad aver creato l’ecosistema perfetto per generare spontaneamente “armi” biologiche naturali. 

Quello che oggi viviamo come sistema Paese è però purtroppo frutto di una interminabile serie di errori, errori rispetto al taglio in 10 anni di 37 miliardi dalla sanità e di 800 reparti, la programmazione della formazione medica con inutili numeri chiusi nelle Università e l’aver fatto uscire migliaia di professionisti senza avere la certezza del fisiologico ricambio per poi trovarsi, come fu per gli sventurati ragazzi del ’99  a reclutare giovani medici, specializzandi e infermieri da impiegare nella prime file di questa strana guerra che non ha trincee, con la promessa di “fare un esperienza incredibile”. 

Diceva Brecht “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”. 

Mai più vero. 

Paghiamo oggi l’assenza di una “politica preventiva” che non è stata in grado di affrontare con competenza i nodi strutturali del Paese in luogo di una politica che prima di fare i conti con questa emergenza ha prevalentemente urlato. 

Le conseguenze economiche saranno pesanti, e su tutti i livelli le disuguaglianze e la disoccupazione aumenteranno, con criticità su molti settori strategici del Paese, penso agli appalti o al turismo ad esempio, ne usciremo tutti inevitabilmente colpiti. 

 Bisognerà pensare con coraggio e competenza al dopo-epidemia perché il Paese ne è stato investito in piena crisi di sistema. 

Nel nuovo assetto sociale ed economico che troveremo i numeri della disoccupazione, la difficoltà a trovare lavoro le difficoltà dei più deboli, i giovani, gli anziani saranno problemi cui saremo chiamati a dare risposte. 

Occorrono idee forti, occorre competenza, sapere e occorrerà coraggio, superare l’ubriacatura del neoliberismo che ha impoverito lo stato sociale, ha messo in competitività i territori incrinando pericolosamente la continuità della catena del valore economico e sociale. 

Tutto cambierà se niente sarà più come prima  

Se tutto cambierà allora ce la faremo. 

Un pensiero ed un abbraccio ai colleghi deceduti je alle loro famiglie che in questa dolorosa condizione hanno dovuto piangere in silenzio e da soli la dipartita dei loro cari, che sono anche i nostri come penso siano nostri tutti i deceduti a causa di questa terribile epidemia, non ci consola il fatto che avessero già patologie o peggio che fossero anziani, questo dato anzi ha una portata lacerante per la società tutta per il valore di sociale, affettivo e di esperienza che la classe anziana ha rispetto al Paese rispetto alle generazioni più giovani. 

Non cediamo alla semplificazione di una “rottamazione darwiniana”, ricordiamo sempre il sentimento della “pietas”  come qualità esistenziale e sociale la stessa qualità che ha consentito il fondarsi della nostra civiltà quando Enea in fuga dall’incendio di Troia porta l’anziano padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio per mano, seguito da Creusa, sua madre e moglie di Enea.

Questa immagine di una forza plastica per me incredibile, il peso del passato sulle spalle e il futuro per mano deve essere l’icona del nostro Paese della nostra società che collettivamente reagisce al pericolo che stiamo affrontando e rimanda parimenti al senso di unità e di avanzamento collettivo che è proprio delle nostre radici e torno a ripetere nessuno deve essere lasciato da solo, nessuno deve essere lasciato indietro “si avanza e ci si salva se si agisce insieme e non uno per uno”. 

 Buon lavoro a tutte e a tutti  

Il Segretario Generale 

Giuliano Calcagni 

“Ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale.  Bisogna creare gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori orrori e non si esalti a ogni sciocchezza.”  

(Antonio Gramsci)