Il Punto di Giuliano Calcagni – giugno 2020


We face a war and we must mobilize accordingly

 M.DRAGHI – FINANCIAL TIME –

La pandemia è una crisi che il mondo dovrà fronteggiare unito ed in parallelo alla crisi climatica, che non è sparita e anzi potrebbe essere causa di altre epidemie. 

Dobbiamo imparare a condividere il pianeta e anche questo richiede cooperazione.

La parte critica del lockdown inizia ora, con le aperture, la maggiore mobilità e non si tratta solo di uscire dalla pandemia, primo obiettivo per tutti i Paesi colpiti, ma di uscire dall’ipnosi che l’infezione ha portato con sé e che allargandosi sull’intero universo umano sembra ridurre  l’umanità ad un ruolo secondario, corifea di questa tragedia, con il ritiro nel deserto del lockdown come sola arma di protezione al prezzo di una compressione dei diritti in nome di un supplementare potere di emergenza, negoziando quotidianamente quote di libertà con quote di sicurezza.

È stato il sistema del lavoro inteso come infrastruttura di base complessiva che ha tenuto in piedi l’insieme nella sospensione della chiusura totale , rivelando che il lavoro è una risposta non solo al mercato, ma anche e soprattutto alle esigenze della società. 

La cosiddetta fase due non si rivelerà un ritorno come d’incanto al mondo di prima, non è il ritorno al piccolo mondo antico, del resto l’intervallo pandemico è troppo lungo per essere davvero un intervallo:  è esso stesso un cambiamento. 

Penso che adesso molto dipenda da noi, è compito nostro prendere la guida del processo di trasformazione innescato dalla pandemia.

Che noi lo vogliamo o no, si sta ridisegnando il nostro modello sociale complessivo.

 Il gesto politico più importante che possiamo compiere, è governarlo per indirizzarlo ad un nuovo modello sociale di sviluppo.

Il “mondo nuovo” come abbiamo detto anche nelle riflessioni dello scorso mese, non nasce da solo, e sarebbe una seconda tragedia lasciarlo nascere dal cozzo di questo caos.

La metafora del tunnel, usata per spiegare il buio della crisi economico-finanziaria di dieci anni fa, oggi non è riproponibile, perché quella che ci attraversa è una crisi universale e onnicomprensiva, dalla salute passa alla politica, alle istituzioni, alla produzione, alla libertà.

La pandemia è come un pettine che sta facendo emergere tutti i nodi irrisolti del nostro paese: la carente modernizzazione, la digitalizzazione incompiuta e anche la debolezza dello Stato centrale. 

Emerge da questa crisi l’esigenza di un potere centrale, in grado quando necessario, di incidere in maniera netta nel rapporto con la periferia, essenziale per rilanciare investimenti, orientare l’innovazione, far ripartire l’economia e garantire la tenuta sociale emerge la necessità di gestire le differenze ma dentro una cornice unitaria.

Al di là dell’autonomia delle Regioni, manca di fatto una clausola di supremazia, cioè un momento in cui in nome di una necessaria omogeneità e armonizzazione dei processi, la parola del governo e dello Stato centrale diventa definitiva. 

Affrontare oggi  le carenze del sistema ci dovrà portare a riscrivere il contratto sociale, un risvolto sorprendente dell’epidemia di Covid-19 potrebbe essere la nascita di un nuovo “contratto sociale” basato su un concetto rafforzato di bene comune.
Ridefinire il quadro di diritti e doveri, i sistemi di sicurezza e di protezione, favorire le opportunità di crescita, contrastare le nuove disuguaglianze, evitando soprattutto che diventino esclusioni, espulsioni individuali e silenziose dei più deboli, degli ultimi dalla cittadinanza. 

Le crisi generano cambiamenti, e il coronavirus potrebbe rimodellare il nostro contratto sulla base di una nuova consapevolezza di ciò che è meglio per la società consolidandole tendenze emerse negli ultimi anni.

Deve essere un progetto di ri-costituzionalizzazione dei diritti e delle garanzie, che provi a tenere insieme nella stessa idea di società i vincenti e i perdenti della globalizzazione, ricostruendo un vincolo -che si era spezzato- tra i ricchi e i poveri, in un progetto di crescita per forza di cose rimodulato, dopo che l’emergenza ha travolto per conto suo i vecchi modelli e con grande probabilità  i sacrifici richiesti per sconfiggere questo nemico invisibile potrebbero autorizzare i cittadini ad esigere anche  maggiore responsabilità da parte delle aziende sotto forma di un consumo più attento, sottoposto all’occhio vigile di uno Stato dotato di una nuova consapevolezza di sé.
Questo perché, in questa precisa fase storica, le persone sono state invitate a esercitare una virtù dimenticata – il dovere civico – attraverso importanti sacrifici collettivi, quali l’auto-isolamento, il lockdown e la limitazione di fondamentali libertà individuali.
La storia non si ripete mai esattamente uguale, ma riflettere sulle vicende del passato ci suggerisce delle intuizioni sul presente. 

Cerchiamo di non cadere negli errori fatti per superare la crisi del 2008, con un alleggerimento pericoloso di lacci e lacciuoli in favore delle imprese purché si riparta anche a scapito del lavoro.

Occorre discostarsi dalla lettura e dalla narrazione che ha accompagnato la crisi del 2008 anche lavorando per un rinnovato ruolo dello Stato nelle dinamiche economiche.

 È tempo oggi che anche l’’impresa capisca che oltre al profitto c’è l’economia sociale del Paese, il cui equilibrio è una condizione di crescita e una garanzia di sviluppo per tutti perché la qualità del lavoro e la conseguente qualità della vita delle persone – e non solo la loro sicurezza – è emersa dalla crisi come una questione generale, non solo come un tema sindacale. 

Tra la crisi attuale e quella del 2008, quali analogie e differenze?

 Quest’ultime attengono alla sfera dell’economia reale, e sono l’aspetto più interessante da sottolineare. 

Il sistema finanziario è stato a più riprese ricapitalizzato, vantando oggi tassi di capitale di primissimo ordine.

 Le Istituzioni – monetarie e politiche – hanno dal canto loro imparato la lezione proprio da quella che l’ha preceduta 12 anni fa. 

Quest’ultima fu la classica crisi finanziaria o dei mutui “sub prime” che portò, successivamente, anche alla crisi dei debiti sovrani, in particolare in Italia con un impatto non solo in termini economici ma anche politici. 

Una crisi di domanda che segnò l’economia mondiale ed in particolare quella italiana e dalla quale ancora oggi, se non segnatamente ad alcuni brevi periodi, non ci siamo del tutto ripresi.

La crisi finanziaria ed economica originata dalla pandemia è però diversa dalle due grandi crisi economiche precedenti. Sia quella del 1929 che quella del 2008 anche rispetto al quadro nazionale, rispetto al 2008 il Sud già prima dell’esplosione dell’epidemia aveva un Pil più basso di 7 punti, con 250 mila occupati in meno. 

Se come dalle stime Svimez il Pil meridionale calasse di 8 punti, a fine anno il Mezzogiorno sarebbe indietro di 15 punti rispetto ai livelli precedenti la crisi del 2008, un dato senza precedenti. 

E anche i processi di modernizzazione dell’apparato produttivo delle piccole e medie imprese avviati durante la lenta e faticosa ripresa degli ultimi anni rischiano di interrompersi, con un rischio di fallimento maggiore anche rispetto all’’impatto sul mercato del lavoro, che al Sud è deteriorato dal lavoro precario e irregolare a rischio di una esplosione delle povertà a ricasco anche sui consumi e sulla spinta della domanda interna.

La crisi pandemica ha tuttavia straordinari elementi di novità: l’universalità e la velocità.

Riguarda tutte le economie del mondo e tutti i settori –agricoltura, industria e terziario, che già sono in uno stato di paralisi generale e soprattutto evolve in tempi brevissimi.

Anche nelle due crisi precedenti la borsa di New York era crollata più del 50%, la liquidità era venuta meno, il reddito e l’occupazione erano sprofondati, ma questo processo di disintegrazione dei sistemi economici impiegò tre anni per realizzarsi, mentre ora lo stesso è accaduto in poco più di due mesi.

 In tutti i paesi assistiamo al crollo delle componenti della domanda aggregata, dei consumi, degli investimenti e delle esportazioni. La spesa pubblica rimane l’unica componente della domanda che è destinata a crescere.

Non solo la velocità di questa crisi è diversa dalle crisi precedenti, ma anche il linguaggio adottato per descriverla è cambiato.

La situazione attuale ha alcune somiglianze con una economia di guerra, ma per fortuna ci sono anche grandi differenze.

In guerra, la produzione aumenta convertendosi alla produzione di armi e diminuendo quella dei beni di consumo. Per non produrre inflazione, normalmente si adottano forme di razionamento e controllo dei prezzi.

Quello che sta avvenendo oggi, usando sempre un linguaggio bellico, è più simile all’esplosione di una bomba al neutrone, che lascia edifici e infrastrutture intatti ma uccide le persone. 

Nell’attuale situazione le persone non vengono uccise, se non dal virus, ma non possono lavorare per via delle misure prese per contenere la pandemia. La maggior parte di questi lavoratori appartiene al settore terziario, immediatamente colpito poiché le misure di distanziamento sociale rendono impossibile la produzione di servizi che richiedono la contemporanea presenza dell’erogatore e del consumatore. 

Ben il 70% della forza lavoro nelle economie avanzate è impiegata nel settore dei servizi. Crollano in questo modo la domanda interna e quella estera, dato che le imprese manifatturiere diminuiscono produzione e occupazione, rinforzando il processo.

Assistiamo in questa crisi ad una ibernazione dei sistemi finanziari 

La prima reazione di fronte all’ibernazione dei sistemi economici è stata quella di fornire liquidità per impedire una crisi di insolvenza con conseguenti fallimenti e chiusura di imprese. 

Sia la Federal Reserve che la Bce hanno imboccato questa strada, e si riprende a parlare della nazionalizzazione di grandi imprese in difficoltà, un tabù fino a qualche settimana fa: in Germania Tui, in Italia Alitalia, negli Stati Uniti la Boeing, in Francia Airbus.

 Il crollo del commercio internazionale e del turismo sta facendo le prime grandi vittime tra le compagnie aeree.

L’Europa all’inizio ha risposto in maniera lenta, frenata dal cinismo e dalla miopia di alcuni governi nazionali, ma segni di preoccupante debolezza sono giunti anche dagli Usa. 

Poi è arrivata la risposta della Banca centrale europea e il Consiglio europeo del 23 aprile ha aperto una strada nuova

L’Europa dei vincoli non esiste più, ma se non si mostra ora fino in fondo all’altezza di rispondere a una crisi più grave di quella del 2008-9, con la solidarietà che mancò verso la Grecia durante la crisi dei debiti sovrani, le conseguenze saranno incalcolabili. 

Mi sembra necessario porre un qualche elemento di attenzione perché gli strumenti comuni europei non vadano finanziati a scapito delle risorse della coesione, che stiamo ora impegnando nell’emergenza, ma che nel prossimo bilancio devono restare volte a perseguire la convergenza tra le aree, essenziale a un’unione economica e monetaria effettiva.

 Del resto, è nell’Europa meridionale, a partire da Italia e Spagna, che l’impatto sociale dell’epidemia è stato maggiore.

Un piano di investimenti europei, magari proprio a partire dalle infrastrutture sociali e sanitarie, non può che guardare alla frontiera Sud dell’Europa, l’area a maggior potenziale inespresso di crescita.

Fornita liquidità immediata per impedire il crollo del sistema economico, rimane il problema di aumentare la domanda.

Sarà necessaria una politica fiscale che favorisca investimenti, sussidi e redditi a coloro che non possono lavorare a causa delle misure per combattere la pandemia. 

Gli Stati Uniti hanno adottato una manovra fiscale pari a due trilioni di dollari (il 10% del reddito nazionale) con conseguente aumento del deficit e del debito statale. Misura che Draghi vorrebbe adottata nell’Unione Europea, ma che si scontra ancora con una certa opposizione della Germania, affiancata da alcuni alleati economicamente insignificanti.

La Banca centrale europea ha abbandonato molti dei limiti che si era imposta in passato, ed ha avviato una politica di acquisti di titoli di Stato massiccia, di cui l’Italia è la principale beneficiaria. 

In settimana, i ministri delle Finanze hanno dato via libera alla creazione di una linea di credito del Mes ad un tasso molto inferiore a quello di mercato, e con la sola condizione che venga usata per sostenere la sanità e per altre spese indirette legate alla pandemia. Ulteriori strumenti – come un possibile “Recovery fund” 750 miliardi di euro, distribuendone 500 attraverso sussidi e 250 tramite prestiti. L’Italia, Paese più colpito dalla crisi, sarà il primo beneficiario con 172 miliardi totali, di cui 82 in sussidi. In sostanza la proposta della Commissione è persino più ricca di quella elaborata dal duo Merkel-Macron, che prevedeva solo 500 miliardi di sussidi. La scelta è frutto di una precisa strategia politico-negoziale ma anche un atto politico per dimostrare ai cittadini che l’Unione c’è e «non lascia nessuno indietro». Poi se il risultato delle trattative a 27 dovesse rivelarsi meno ambizioso, a quel punto i cittadini europei sapranno contro quali capitali puntare il dito. Non contro Bruxelles, stanca di interpretare il ruolo di parafulmine del malcontento.

Questa crisi economica è diversa da tutte le precedenti: ridefinirà i rapporti politici fra le grandi aree mondiali in un modo che non possiamo ancora prevedere.

E svolgendo una ulteriore considerazione rispetto al rapporto Stato e modello economico nazionale penso sia verosimile pensare  che  l’Italia avrà una nuova economia mista, e probabilmente avrà pure un nuovo Iri, un acronimo che per quanto necessario ne vorrebbe quattro : Istituto per il rilancio dell’innovazione,- Istituto per la realizzazione delle infrastrutture – Istituto per il rafforzamento delle imprese -Intelligence per la resistenza industriale.

 Basterebbe svolgere seriamente una sola di queste funzioni, con l’autonomia della migliore stagione dell’Iri, per proteggere l’Italia. 

Un paese ha forza, e ha dignità, quando mantiene nei secoli i corpi che ne hanno fatto la storia: industriale, culturale, manageriale e umana.

Una chiave per la ripartenza, come già sostenuto anche nella riflessione del mese scorso, rimane quella di convogliare il risparmio italiano nella nostra economia, portando il risparmio a finanziare investimenti delle imprese.

 I famosi «soldi nei conti correnti» sono essi stessi una preda geopolitica.  Occorre invece un’analisi complessiva del private equity italiano, imparando dai punti di forza di alcune esperienze di successo come è anche nell’obbiettivo del progetto del Manifesto della buona Finanza.

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Un pensiero in questo mese che si dischiude sull’estate alle bambine e ai bambini di questo paese, ultimi fra gli ultimi dimenticati come pesci rossi nelle bocce di cristallo del lockdown, un pensiero alle ragazze e ai ragazzi, studenti e maturandi.

I Dpcm non ne parlano, ma penso che  tra le ferite subite dall’anno scolastico 2019/2020 per quanto di certo non la più grave  non è certo la più grave, però nella sua razzia di socialità  il coronavirus si è portato via anche un rito non privo di valore, un dinosauro sfuggito all’estinzione dei suoi simili in virtù della propria eccezionalità:   la foto di classe, la prima e durevole rappresentazione ufficiale di gruppo, una performance in favore del destino e con gli occhi pieni di un tempo che sembra aspettare davanti, senza fretta.

Questa foto tipica dell’epoca del non distanziamento sociale conserva passato e futuro. Realizzata poco prima della fine, tira le somme. È un’altra pagella. Quando saranno passati anni, basterà fissarsi sullo sguardo di un compagno per riconoscere, a una particolare frequenza dello spettro visibile che compare in rare occasioni — quello di memoria e intuito insieme — un destino che lì era già in gran parte presente. La foto di classe rilascia il proprio contenuto soltanto nel tempo, quando non sarà più possibile avvisare l’altro o altra di quanto per noi fosse già evidente allora, quando però eravamo schierati come atleti al via e distratti a contare, quale fosse la strada davanti. Mancava il tempo per dire che cosa avessimo scoperto dell’altro. Resta il piacere di confrontare, a distanza, gli esiti con le supposizioni, rivivendo così altre ore insieme a distanza.

Maestre, maestri, professoresse, professori.

I sentimenti rispetto alla loro presenza in mezzo a noi cambiano nel tempo, spesso migliorando, dal fastidio alla commozione, spesso il sentimento di riconoscenza a posteriori nei riguardi di una figura da cui si è appreso ciò che, sorprendendoci, ha dato i suoi frutti, può essere tenero e spiazzante. 

Auguro a queste ragazze e questi ragazzi i miei più cari auguri per gli esami che andranno a sostenere e che li proietteranno in questo strano universo dell’età adulta pieno di scelte e non di rado di contraddizioni.

Buon lavoro compagne e compagni

Con l’invito alla massima attenzione e senso di responsabilità nei comportamenti, nella gestione della mobilità perché i sacrifici che tutti abbiamo fatto e che ci stanno pian piano riconsegnando alla libertà non siano vani ….

Vi saluto con le parole di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri

LA STRETTA DI MANO 

Quella de dà la mano a chicchessia,

nun è certo un’usanza troppo bella:

te pò succede ch’hai da strigne quella

d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.

***

Deppiù la mano, asciutta o sudarella,

quann’ha toccato quarche porcheria,

contiè er bacillo d’una malatia,

che t’entra in bocca e va né le budella.

***

Perché la mossa te viè a dì in sostanza:

“Semo amiconi … se volemo bene …

ma restamo a ‘na debbita distanza

#distantimauniti

Buon lavoro a tutte e a tutti 

Il Segretario Generale 

Giuliano Calcagni