Lavoro: Cgil, dati su dimissioni volontarie donne allarmanti, Governo ci convochi

Roma, 24 giugno – “L’ennesima allarmante conferma della difficoltà di essere madri e lavoratrici e di quanto siano necessarie forme positive di flessibilità del lavoro. Chiediamo un incontro al Governo: l’occupazione femminile deve essere al centro dell’agenda per la ripartenza del Paese”. Così la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti e la responsabile Politiche di genere della Cgil nazionale Susanna Camusso a commento dei dati resi noti dall’Ispettorato del lavoro sulle dimissioni volontarie del 2019.

“Oltre alla difficoltà di bilanciare occupazione e maternità, non solo in termini di giornate di congedo, emerge poi in modo evidente il cronico disinvestimento nella scuola per l’infanzia (0-6)”, aggiungono le dirigenti sindacali. “Un servizio non sufficiente, con costi spesso troppo alti, e addirittura assente in alcune parti del Paese. La politica dei bonus non riduce questo divario: occorrono forti investimenti strutturali”.

Per Scacchetti e Camusso “sarebbe però importante conoscere e utilizzare pienamente le informazioni che possono emergere da un’analisi compiuta dei dati sulle dimissioni volontarie, e per questo – ribadiscono – sollecitiamo un confronto urgente con Ministero del Lavoro, Ministero delle Pari opportunità e Inl”.

“Non nascondiamo infatti la nostra preoccupazione che tra gli effetti della crisi Covid 19 vi sia un pesante arretramento delle possibilità di ingresso e permanenza delle donne nel mercato del lavoro. Proprio perché qualche effetto è già visibile – sottolineano – riteniamo indispensabile che il lavoro femminile sia assunto come prioritario per la definizione dell’agenda per la ripartenza”.

“Se così non fosse – concludono la segretaria confederale e la responsabile Politiche di genere della Cgil – a rimetterci non sarebbero soltanto le donne, ma l’intero Paese, che già deve recuperare un divario negativo rispetto agli altri stati europei”.


da Repubblica.it

Lavoro, nel 2019 dimissioni per 51 mila neogenitori. In sette casi su dieci a lasciare è la madre

MILANO – Di fronte alla nascita di un figlio, sono sempre di più le mamme a trovarsi a lasciare il proprio posto rispetto ai papà. A rilevarlo è la fotografia scattata anche quest’anno dall’Ispettorato del Lavoro, secondo cui sono 37.611 le lavoratrici neomamme che si sono dimesse nel corso del 2019, mentre i padri che hanno lasciato il posto sono stati 13.947. I dati sono quelli dell’Ispettorato del Lavoro (Inl) che ogni anno aggiorna le informazioni sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali di madri e padri.

L’istituto infatti è chiamato a dare il proprio via libera alle domande di dimissioni presentate dai lavoratori per verificare che non ci siano irregolarità, ad esempio che la presunta volontarietà mascheri un obbligo imposto dal datore di lavoro. Nei casi riportati c’è quindi il ‘bollino’ dell’Inl che ha convalidato il provvedimento in questione, sentendo i lavoratori, con figli sotto i tre anni, e informandoli sui loro diritti di lavoratrici madri o lavoratori padri.
In tutto, si legge nel Rapporto, sono stati emessi 51.558 provvedimenti, con un “leggero” incremento sull’anno prima (+4%). E “come di consueto la maggior parte – si fa notare – ha riguardato le madri”. E’ così nel 73% dei casi.

Nelle quasi totalità dei casi si tratta di dimissioni volontarie (49 mila). Ciò però non sana la complicazione nel conciliare i tempi di vita con quelli del lavoro. Un problema che ricade sulle donne. E infatti tra le motivazioni indicate c’è proprio la difficoltà di “conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole”. Difficoltà registrata in quasi 21 mila casi e che matura, stando all’analisi dell’Ispettorato, quando non si hanno nonni e altri parenti a supporto o viene giudicato troppo elevato il costo di asili nido o di baby sitter o, ancora, quando ci si ritrova davanti al mancato accoglimento del figlio presso il nido.

Per 20 mila casi però l’addio al lavoro legato alla difficoltòà di conciliare la vita lavorativa con quella familiare è legato al “passaggio ad altra azienda”, indicato in un numero sempre crescente di casi (oltre 20 mila nel 2019). Cosa che potrebbe eventualmente suggerire un travaso in imprese che, almeno agli occhi del lavoratore-genitore, offrono condizioni più favorevoli rispetto alla realtà da cui ci si dimette.

Oltre alle dimissioni volontarie, gli altri provvedimenti di convalida hanno riguardato dimissioni per giusta causa (1.666) che si determinano quando il lavoratore lascia in tronco, recede anticipatamente dal rapporto a fronte di un inadempimento del datore di lavoro (ad esempio perché non gli è stato pagato lo stipendio). Residuale il numero delle risoluzioni consensuali (884), quando entrambe le parti, insieme, decidono di interrompere il contratto.