Landini: “È il lavoro la vera emergenza. Allarme per l’autunno”

da Repubblica.it – ROMA – “Va da sé che il Parlamento deve essere coinvolto nella decisione dello stato di emergenza nel rispetto della nostra Costituzione che non prevede uomini soli al comando. Ma la vera emergenza – dice Maurizio Landini, segretario generale della Cgil – sta diventando un’altra: quella sociale”.

Dunque, condivide le preoccupazioni della ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, sul rischio di tensioni sociali in autunno? Come sarà, secondo lei, l’autunno di un Paese che ha già perso oltre mezzo milione di posti di lavoro, che si sta aggrappando alla cassa integrazione, che, infine, vede le aziende con la liquidità prosciugata?
“Lo scenario è preoccupante e allarmante, lo confermano i dati. Penso sia decisivo non aspettare che la situazione precipiti in autunno. È adesso che si devono fare le scelte strategiche. D’altra parte, gli Stati generali si erano chiusi con l’impegno del presidente Conte ad aprire dei negoziati con le parti sociali su fisco, ammortizzatori sociali, stato sociale, politiche industriali. Non è successo nulla ed è, a mio avviso, un grave ritardo che il governo deve recuperare”.

Quali scelte andrebbero fatte?
“Intanto c’è da approvare il nuovo scostamento di bilancio e il messaggio necessario è che ci siano le risorse per proteggere il lavoro, da una parte, confermando il blocco dei licenziamenti per tutto il 2020 e, dall’altra, avviare la riforma degli ammortizzatori sociali. Ma il cuore della ripartenza deve essere la progettazione-programmazione degli investimenti, innanzitutto quelli pubblici”.

Pensa a 17-18 miliardi di deficit da destinare al lavoro?
“Se vogliamo uscire dal tunnel di questa crisi si deve investire sul lavoro, combattere la precarietà, far ripartire l’economia attraverso gli investimenti. Questo è il momento di compiere scelte radicali, innovative e anche coraggiose. Si deve uscire dalla logica neoliberista che ci ha condotto a tagliare la spesa sociale, la sanità, l’istruzione, e che ha precarizzato il lavoro raccontandoci che il mercato avrebbe risolto i problemi”.

Quell’epoca mi pare ormai lontana.
“Non è così. Vedo il rischio, nel nostro Paese, di un ritorno al passato. All’idea di una politica autosufficiente, che si chiude in sé, convinta di poter fare a meno delle forze sociali. Eppure la fase più acuta della crisi, di fronte al dilemma tra economia e salute, è stata affrontata e gestita con l’apporto dei soggetti sociali, sindacati e imprese. Ora ci sono solo gli annunci”.

Cosa chiede al governo?
“Di convocare i sindacati, come aveva promesso agli Stati generali, per avviare il confronto per ridisegnare il nostro Paese facendo sistema. Bisogna coniugare l’emergenza con lo sviluppo, con un nuovo ruolo economico dello Stato per creare e qualificare il lavoro”.

E se non succederà?
“Faremo il nostro mestiere insieme a Cisl e Uil. Metteremo in campo le nostre iniziative. Siamo pronti alla mobilitazione perché questa è un’occasione irripetibile: l’Europa non ha mai messo a disposizione degli Stati così tante risorse”.

Lei come le userebbe? Pensa che concentrare gli interventi per sostenere il reddito dei lavoratori, attraverso la cassa integrazione sia la soluzione o si deve pensare alla crescita, allo sviluppo dell’economia, dunque a sostenere le imprese?
“Penso che si debbano fare entrambe le cose. Per questo dobbiamo decidere ora, non in autunno, cosa fare. E penso che si debba fare sistema. Dobbiamo immaginare un nuovo modello di sviluppo economico, fondato sulla sostenibilità ambientale e sul lavoro stabile e regolare, sulla centralità della formazione in tutte le fasi della vita, sull’allargamento del welfare state, sull’equità fiscale”.

Tutto ciò, semmai dovesse essere messo in cantiere, richiederà molto tempo. Mi dica una cosa che farebbe subito.
“La defiscalizzazione degli aumenti salariali definiti nei contratti nazionali. Ci sono nove milioni di lavoratori, pubblici e privati, interessati ai rinnovi. Si cominci da lì: più soldi in busta paga, meno costi per le imprese”.

Ma se la Confindustria di Carlo Bonomi propone di ridurre il peso del contratto nazionale…
“Se venisse confermata questa idea si aprirebbe una fase di conflitto. Bonomi faccia in modo che si rinnovino i contratti e poi chieda, insieme ai sindacati, il taglio del fisco sugli incrementi retributivi nazionali”.

Perché gli industriali dovrebbero accettare il blocco dei licenziamenti? Non rappresenta un vincolo all’iniziativa di impresa?
“Perché dobbiamo insieme disegnare un nuovo sistema. Che riguarda anche le imprese, la loro organizzazione del lavoro, la partecipazione dei lavoratori alle scelte delle aziende. Il blocco dei licenziamenti è un investimento per progettare il futuro”.

Quando parla di una nuova organizzazione del lavoro pensa anche ad una riduzione dell’orario?
“In prospettiva il problema della riduzione dell’orario si porrà. Se le imprese lavoreranno su più turni per più giorni avranno bisogno di redistribuire diversamente l’orario su una platea più ampia di lavoratori”.

Dunque ritiene che la riduzione dell’orario possa favorire l’aumento dell’occupazione? I dati empirici non lo dimostrano.
“Al contrario sono convinto che dovremo discutere forme di staffetta generazionale tra lavoratori più anziani e lavoratori più giovani utilizzando la leva dell’orario”.

Molti lavoratori, pur avendone diritto, non hanno ancora ricevuto l’assegno di cassa integrazione. C’è chi ha chiesto le dimissioni del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. Le chiede anche lei?
“Non personalizzo mai le questioni e dunque non chiedo le dimissioni. Bisogna lavorare per risolvere i problemi, sapendo che nel solo mese di aprile la richiesta di cassa integrazione è stata pari a quella di tutto il 2009. Ma una delle ragioni delle difficoltà nel rispondere alle esigenze di tutti va ricercata nella molteplicità di strumenti per fronteggiare la crisi. Per questo serve un sistema universale di ammortizzatori sociali per tutti coloro che sono coinvolti da crisi aziendali, perdono o ricercano il lavoro. Deve essere l’obiettivo della riforma”.

Sembra l’obiettivo della ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, che ha istituito una commissione per studiare la riforma degli ammortizzatori.
“Aspetto la convocazione per saperlo. Ma non vorrei limitarmi a discutere di ammortizzatori sociali perché ci sono troppe crisi in tutti i settori che richiedono una nuova politica industriale per rilanciare la produzione, i servizi, il turismo e non per tagliare l’occupazione”.