Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria e come ogni anno la commemoriamo, la ritualizziamo, ed infine, l’archiviamo. Un giorno solo, possibilmente comodo e possibilmente innocuo. Un giorno in cui tutti sono d’accordo, dove è sufficiente celebrare una ricorrenza, che termina nell’esatto momento in cui termina l’evento. E in questi tempi veloci, dove il susseguirsi delle notizie è vorticoso, gli aggiornamenti sono incessanti, bisogna interrogarsi in modo più profondo sul significato di memoria, per non ridurla a nostalgia, ad un volantino da esibire una volta l’anno per sentirsi dalla parte giusta della storia. La memoria, cosi’ come la storia, non è un concetto neutro: disturba, divide, e perché no crea imbarazzo. Se non crea dibattito, è propaganda e se non fa arrabbiare qualcuno, è solo scenografia; deve essere una domanda scomoda e perpetua: cosa stiamo facendo oggi che domani fingeremo di non aver visto? Perché il problema non è ciò che ricordiamo, ma ciò che scegliamo di dimenticare mentre accade. Oggi siamo già chiamati a fare i conti con la responsabilità universale del “MAI PIU”. In Palestina, nelle immagini di città cancellate, nelle decine di migliaia di vite annientate, di famiglie sradicate, di bambini che muoiono di fame, non…