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Ancora una volta assistiamo a un paradosso che non può lasciarci indifferenti.
Mentre Banca Monte dei Paschi è al centro dell’attenzione mediatica per l’operazione di acquisizione e fusione con Mediobanca e rivendica utili “straordinari”, arrivando perfino a promettere dividendi anticipati agli azionisti, ai lavoratori e alle lavoratrici viene chiesto – di nuovo – di pagare il prezzo di queste scelte.
Le recenti normative interne, pubblicate nell’ultimo periodo, raccontano con chiarezza la direzione intrapresa dall’azienda: un irrigidimento generale dell’atteggiamento nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori e una visione del lavoro sempre più ridotta a costo da comprimere.
Il caso dei buoni pasto è emblematico: viene introdotto un sistema di concessione basato su criteri di calcolo fortemente restrittivi, che producono effetti discriminatori e penalizzanti per una parte significativa del personale.
Non va meglio sul fronte della pianificazione delle ferie. L’azienda conferma un approccio rigido e poco attento alle reali esigenze delle persone, pretendendo la programmazione dell’intera spettanza annuale, blindando inutilmente il mese di dicembre e invitando “caldamente” a programmare e fruire anche di banca ore e festività soppresse, ben evitando di ricordare che, per queste ultime, il CCNL prevede possano essere monetizzate se non utilizzate.
Il punto più critico riguarda, però, la nuova normativa sui permessi, dove viene introdotta una stretta difficilmente giustificabile sulla possibilità di utilizzare i permessi per visite mediche. La motivazione dell’ “abuso registrato negli anni” non può essere accettata come alibi per limitare un diritto fondamentale, soprattutto quando la percezione diffusa tra i lavoratori e le lavoratrici è che si stia cercando, ancora una volta, di risparmiare sempre e solo sulla loro pelle.
Il quadro che emerge è chiaro: budget sempre più alti, pressioni crescenti, diritti ridimensionati, investimenti in salute e sicurezza che continuano a non arrivare. In questo contesto lavoratrici e lavoratori vengono trattati come costi da tagliare o come limoni da spremere.
Eppure, proprio mentre si chiede loro sempre di più, il quadro aziendale appare tutt’altro che definito: un piano industriale presentato da un amministratore delegato che sembra già appartenere al passato, un processo di integrazione societaria dai contorni ancora poco chiari, mercati che guardano con cautela e scetticismo a quanto sta accadendo.
In mezzo a tutte queste incertezze esiste però un punto fermo, un valore che non dovrebbe essere messo in discussione: le lavoratrici e i lavoratori di questa azienda.
Sono gli stessi che, in tanti anni, specie quelli più complessi e bui, hanno continuato a lavorare con senso di responsabilità e spirito di sacrificio, contribuendo in modo concreto al risanamento e alla ripresa della banca.
Per questo oggi è ancora più difficile accettare ciò che sta accadendo. Perché proprio quando quelle persone dovrebbero vedere riconosciuto il valore dei sacrifici fatti – con gratificazioni economiche in linea col settore (aumento del buono pasto, del contributo aziendale al fondo di previdenza, dei premi e delle tutele) – si trovano invece di fronte a nuove restrizioni, a nuove pressioni e a una considerazione sempre più scarsa.
Su questo non possiamo e non dobbiamo restare in silenzio.
Il rispetto del lavoro e della dignità delle persone non può essere la variabile su cui fare cassa.
Il valore di un’azienda si trova e si misura nel modo in cui tratta chi lavora.
Napoli, 13 marzo 2026
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