
Una riflessione del Coordinamento Nazionale FISAC CGIL Credito Cooperativo a partire dall’analisi dell’Ufficio Studi FISAC CGIL sui risultati aggregati 2022-2025
L’analisi realizzata dall’Ufficio Studi FISAC CGIL sui risultati aggregati del Gruppo BCC Iccrea, del Gruppo Cassa Centrale e del sistema Raiffeisen consente di andare oltre la prima lettura dei dati di bilancio. I numeri raccontano un Credito Cooperativo che, tra il 2022 e il 2025, ha rafforzato redditività, patrimonio e produttività. La questione, per noi, è come questa forza venga utilizzata e quanto riesca a tradursi in lavoro di qualità, credito accessibile e presidio reale dei territori.
La crescita dei risultati è evidente, ma va letta con equilibrio. Non deriva soltanto dall’attività caratteristica o dal miglioramento dell’efficienza. Nel triennio ha inciso in modo rilevante anche la riduzione delle rettifiche per rischio di credito. È un elemento positivo, perché segnala una migliore qualità degli attivi, ma non può essere considerato automaticamente strutturale o ripetibile negli anni successivi.
La solidità raggiunta rimane comunque un fatto importante. Per una banca cooperativa, però, il risultato di bilancio non può essere un fine in sé. Deve sostenere la capacità di erogare credito, gli investimenti, la qualità dell’occupazione e lo sviluppo delle comunità nelle quali il risparmio viene raccolto.
Nel triennio i finanziamenti alla clientela sono aumentati del 4,7%, mentre la raccolta diretta è cresciuta del 16,1%. Sono grandezze diverse e il confronto non consente conclusioni automatiche. La distanza tra le due dinamiche pone però una domanda legittima: quanto della maggiore capacità finanziaria viene trasformato in credito accessibile per famiglie, piccole imprese, cooperative e attività economiche locali?
È su questo terreno che la natura cooperativa deve essere verificata. Mutualità, localismo e vicinanza alle comunità acquistano valore quando si traducono in scelte riconoscibili: credito responsabile, conoscenza delle economie locali, ascolto delle persone, sostegno agli investimenti e capacità di accompagnare imprese che non possono essere valutate soltanto attraverso modelli standardizzati.
La distribuzione territoriale della rete rende questa responsabilità ancora più evidente. Il Credito Cooperativo conta oltre quattromila sportelli e, secondo i dati pubblicati da Federcasse e aggiornati a febbraio 2026, in 807 Comuni italiani le BCC costituiscono l’unica presenza bancaria. Quasi un terzo degli sportelli è collocato nelle aree interne e circa il 47% opera in Comuni con meno di diecimila abitanti.
La presenza non è uniforme. La rete è particolarmente estesa in Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna; mantiene una diffusione significativa in diverse regioni del Centro e del Mezzogiorno, ma risulta più debole in altri territori esposti alla desertificazione bancaria. Il dato nazionale non deve quindi nascondere le differenze. Occorre difendere i presìdi esistenti e, nello stesso tempo, rafforzare la presenza nelle aree nelle quali la riduzione generale dei servizi bancari rischia di accentuare isolamento economico e spopolamento.
In centinaia di piccoli Comuni una filiale non è un semplice punto commerciale. Rappresenta un luogo di accesso al credito, di gestione del risparmio e di assistenza per famiglie, persone anziane, imprese, artigiani, aziende agricole, cooperative e associazioni. La chiusura di uno sportello produce conseguenze molto diverse da quelle che si determinano in una grande area urbana, dove operano più intermediari.
Il mantenimento dell’insegna, tuttavia, non è sufficiente. Una filiale con pochi addetti, carichi di lavoro eccessivi, continua rotazione del personale e margini professionali sempre più ridotti rischia di diventare un presidio soltanto formale. La qualità della presenza territoriale dipende direttamente dalla qualità del lavoro, dalla consistenza degli organici, dalla formazione e dal tempo che le persone possono dedicare all’ascolto e alla consulenza.
La digitalizzazione può ampliare l’accessibilità e migliorare i servizi, ma non deve diventare la giustificazione per abbandonare i territori o sostituire indiscriminatamente la relazione umana. Questo vale soprattutto nelle aree interne, caratterizzate spesso da una popolazione più anziana, maggiori distanze dai servizi essenziali e, in alcuni casi, infrastrutture digitali meno adeguate.
Anche l’intelligenza artificiale deve essere governata con questa prospettiva. Può sostenere le professionalità e rendere più efficaci alcune attività, ma non può essere utilizzata soltanto per ridurre l’occupazione, aumentare i carichi o standardizzare le decisioni sul credito. La responsabilità finale deve restare umana e il suo impiego deve essere oggetto di confronto e contrattazione.
Il contributo delle lavoratrici e dei lavoratori ai risultati del sistema emerge con particolare evidenza dai dati sulla produttività. Tra il 2022 e il 2025 il valore aggiunto rettificato per addetto è cresciuto del 27,3% e l’utile netto per addetto di quasi il 30%. Nello stesso periodo l’occupazione è aumentata del 3,2%, raggiungendo circa 37 mila dipendenti.
Questi numeri non significano che ogni incremento dell’utile sia direttamente riconducibile al lavoro, ma dimostrano che le persone hanno sostenuto un aumento rilevante della produttività insieme a riorganizzazioni, nuovi adempimenti, cambiamenti tecnologici e trasformazioni dei modelli di servizio. Una parte del valore generato deve quindi tornare al lavoro.
Il rinnovo del CCNL Federcasse è il luogo nel quale questa redistribuzione deve concretizzarsi. Servono riconoscimenti salariali adeguati, ma il confronto non può fermarsi alla retribuzione. Occorre intervenire sugli organici, sulla formazione continua, sulle professionalità, sui carichi di lavoro, sulle pressioni commerciali e sul governo delle innovazioni tecnologiche.
In questo quadro si colloca la richiesta di ridurre l’orario settimanale a 35 ore a parità di salario. Non la consideriamo una conseguenza automatica dei buoni risultati, ma una scelta di redistribuzione della produttività e di riorganizzazione del lavoro. Può migliorare la qualità della vita, rendere più sostenibili i carichi, favorire nuova occupazione e accompagnare il ricambio generazionale. Per realizzarla senza ridurre i servizi occorrono programmazione, assunzioni e una diversa organizzazione del lavoro.
La formazione deve avere la stessa centralità. Non può essere limitata agli adempimenti normativi o all’aggiornamento commerciale. Deve preparare le persone alla trasformazione digitale, all’intelligenza artificiale, ai nuovi rischi e all’evoluzione della consulenza e della valutazione del credito. Deve essere continua, svolta nell’orario di lavoro e collegata alla crescita professionale.
La dimensione raggiunta dai Gruppi Bancari Cooperativi ha rafforzato stabilità, capacità di investimento e presidio dei rischi. Occorre però evitare che la centralizzazione produca un’omologazione ai modelli delle banche commerciali o svuoti progressivamente l’autonomia delle BCC. La conoscenza diretta delle economie locali e la possibilità di rispondere ai bisogni delle comunità sono elementi essenziali del modello cooperativo.
La FISAC CGIL giudica positivamente la solidità raggiunta, ma considera questi risultati un punto di partenza. Il Credito Cooperativo dispone oggi delle condizioni economiche per investire nel lavoro, rafforzare l’occupazione, governare l’innovazione e contrastare la desertificazione bancaria. Il rinnovo del contratto nazionale sarà il primo banco di prova della volontà di trasformare la crescita dei bilanci in qualità del lavoro e sviluppo dei territori.
14 settembre 2026
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