BPM: I Giovani e la coscienza dei propri diritti, Liber@ Voce

young work photoTrovare un articolo di un 27enne su un giornale sindacale non è certamente, nel 2015, una cosa particolarmente frequente. Politici, opinionisti, economisti di destra e di sinistra ci ripetono da anni che il sindacato è una sorta di residuato bellico, attento a difendere i privilegi di una casta di anziani fortunati e del tutto estraneo invece, alla tutela di chi ha davvero pagato il prezzo della crisi e della recessione di questo momento storico: i giovani.

Ora, ho troppa poca esperienza e pratica del mondo del lavoro per dare un giudizio su queste affermazioni. Tuttavia, troppe poche volte ho sentito analizzare il rovescio della medaglia: cosa succede a una generazione di lavoratori che ha completamente rinunciato all’associazionismo, alla dialettica di classe e alla lotta per l’affermazione dei propri diritti?

Partirò, per riflettere su questo tema, proprio dalla mia esperienza lavorativa. Dopo la laurea in giurisprudenza, intrapresi come tanti mie colleghi la pratica in uno studio legale. Con un po’ di fortuna, riuscii ad entrare in uno dei più grandi studi italiani, con clienti importanti e una sede in ogni città italiana. È inutile descrivere le condizioni di lavoro in questo ambiente: i ragazzi, che devono abituare a considerarsi professionisti e non lavoratori, senza uno straccio di contratto e di tutela, possono superare tranquillamente le 11, 12 ore di lavoro giornaliere senza ovviamente che possa essere pronunciata la parola “straordinario”. Retribuzioni, bonus e aumenti sono a totale discrezione dei partner dello studio, senza che possa essere chiesto un minimo criterio oggettivo; la stessa cosa accade perfino per le ferie.

Dopo un paio d’anni in questo mondo, ho colto l’opportunità offertami dalla nostra Banca e sono entrato a far parte del Cu-stomer Center, dove ho trovato un mondo sicuramente differente, ma non del tutto opposto. Infatti, se è vero che la presenza di un contratto, di regole certe e, perché no, anche la diversa qualità umana dei colleghi con responsabilità direttive fa sì che l’ambiente di lavoro sia radicalmente diverso in senso positivo, è altrettanto vero che anche qui vi siano situazioni quasi al limite. La caratteristica fondamentale del nostro lavoro sta nel fatto che io e gli altri (tanti) ragazzi entrati insieme a me, lavoriamo su turni spalmati durante la giornata, fino alle 22 di sera, proprio come gli operatori più “anziani”.Tuttavia il nostro turno è “meno uguale degli altri”, in quanto non ci viene riconosciuta nessuna indennità oraria. In pratica, facciamo lo stesso lavoro e negli stessi orari dei nostri colleghi, ma veniamo pagati sensibilmente di meno.

Il motivo di questa situazione è pressoché lo stesso per cui tanti giovani laureati sono disposti a lavorare 12 ore al giorno in uno studio: siamo stati convinti che il lavoro è un privilegio, un qualcosa per il quale devi essere grato e, se hai la fortuna di averne uno, devi essere disposto a tutto per non perderlo. Un malinteso concetto di gavetta, trasformata ormai in assoluta soggezione, ha fatto ripiombare una generazione intera nel bel mezzo della prima rivoluzione industriale.

In questa situazione, è fondamentale più che mai per i giovani tornare ad avere coscienza dei propri diritti e della possibilità di affermarli e di lottare per il loro riconoscimento. Forse il vero crimine perpetrato ai nostri danni, ancora più del job act o della disoccupazione giovanile al 40%, è la trasformazione del lavoro da primo diritto tutelato dalla Costituzione a dono del cielo da mantenere a ogni costo, come il biglietto vincente di una lotteria.

Francesco Binaghi

LIBER@VOCE 8

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