Il giorno della memoria ha bisogno di musica?

È stanco il giorno della memoria, forse perché, come testimonia il susseguirsi incessante di una catena di morte sempre più drammatica, sempre più orribile, è diventato il giorno della cronaca quotidiana, sia nei paesi lontani che nell’ombra allungata della torre Eiffel.

Forse non lo è mai stato “della memoria”, forse la speranza, quasi superstiziosa, che ricordare significasse scongiurare che l’orrore si ripetesse, ha subito colpi troppo gravi e troppo duri per sopravvivere.

Non abbiamo imparato: la cognizione del male non è stata un vaccino, la terapia di civiltà che ci si illudeva di somministrare alle genti ricordando ed omaggiando con discorsi solenni e candeline accese i morti ebrei dei campi di sterminio, non sta funzionando; ancora non comprendiamo che lo sterminio degli ebrei è affare di tutti e non solo degli ebrei, come scrive Elena Lowenthal: “… guardare quel passato e non negare che riguarda se stessi. Non perché colpevoli ma perché quella storia è imprescindibile dalla propria identità collettiva”.

Forse è quello che ha pensato un uomo di Barletta, un musicista: Francesco Lotoro, insegnante al Conservatorio di Foggia e il suo modo per onorare la memoria dello sterminio è il compimento di un’impresa impossibile costituita da un’opera monumentale.

Da circa 30 anni Lotoro cerca, trova, salva, conserva ed incide musica, la musica sopravvissuta ai lager, la musica composta nei campi di concentramento. Note scritte col carbone su pezzi di carta, foglietti volanti, opere imponenti o più piccine, canzoni, ninnenanne o inni, completi o frammentati, ma tutta musica nata nel cuore dell’indescrivibile.

Nel corso della sua vita Lotoro ha recuperato più di 4.000 composizioni, ha inciso 24 Cd, possiede circa 13.000 documenti da archiviare, sta scrivendo un’Enciclopedia, il Thesaurus Musicae Concetrationariae e spera di fondare un museo dove raccogliere il suo lavoro. La sua storia è raccontata ne “Il Maestro” di Thomas Saintourens, edizioni Piemme.

Lotoro ha riscoperto (e consegnato alla memoria futura) che i musicisti ebrei deportati ed uccisi nei campi di sterminio non hanno smesso di suonare, non hanno “appeso le cetre agli alberi” (Salmo 136) e non hanno permesso ai nazisti di ottenere la distruzione del pensiero ebraico in Europa. Il Reich non è riuscito ad annullare la creatività e l’arte: la Resistenza e la ribellione all’annientamento si esprimono, e si espressero, anche così.

Forse è anche questa consapevolezza che ci sgomenta, oggi, quando vediamo le ombre nere che distruggono i siti archeologici o colpiscono le persone che assistono ad un concerto.