Intervista a Megale sul Corriere della Sera del 22 gennaio 2013

 Svolte Per il rilancio molti dipendenti dovranno iniziare l’attività di porta a porta.Conti online e sportelli sempre aperti. Ma 50 mila bancari adesso rischiano. La metamorfosi dell’impegno non garantisce più il posto

ROMA — Io vado in banca, stipendio fisso e così mi piazzo e non se ne parla più, cantavano i Gufi, lo storico gruppo del cabaret milanese. Era il 1966.

Nove anni dopo, nel 1975 gli echi del Sessantotto rimbalzavano nella musica di Antonello Venditti, “Compagno di scuola ti sei salvato dal fumo delle barricate o sei finito in banca pure tu?“. Altri tempi. Soprattutto per le banche, che contrariamente a quanto le due canzoni lasciavano intendere, non sono più in grado di garantire a chi vi lavora un posto e uno stipendio fisso. Sovraproduzione, flessibilità, riconversione, salario variabile ed esuberi sono i termini che si rincorrono con più frequenza nelle aziende di credito, impegnate a diventare più redditizie e più snelle, di costi e personale.

«Per la prima volta le banche entrano in una vera ristrutturazione industriale» osserva Agostino Megale, segretario della Fisac Cgil indicando le due regioni dell’inevitabile e dolorosa trasformazione: «Crisi e innovazione» e osservando che tale processo «andrà contrattato e governato unitariamente ». «Diciamo così: è in atto una rivoluzione nel modo di fare banca», afferma Francesco Micheli, direttore generale operativo di Banca Intesa al quale l’Abi ha affidato la strategia della riorganizzazione e delle vertenze.

Fatto sta che il mito del posto sicuro sta svanendo assieme all’immagine della banca tradizionale con tanto di fila allo sportello. Dove le operazioni, in due anni, ripete Tedeschi, all’immagine della banca sono diminuite del 50-60%, anche per effetto del più rapido online.

Ci sono troppi sportelli, c’è un evidente eccesso di capacità produttiva come spesso alla Fiat, dicono in Abi dove ormai si utilizza il linguaggio

dell’industria. Tale capacità in esubero si aggirerebbe sul 15-20% della forza lavoro, cioè circa 50 mila bancari nei prossimi cinque anni.

L’Abi, però, non dà numeri e in via ufficiosa, riferiscono i sindacati, ipotizza al massimo la cifra di 35 mila bancari di troppo mentre i piani industriali degli istituti di credito ne hanno per ora indicati circa 20mila su un totale di 328 mila.

La riduzione degli organici va di pari passo con la chiusura degli sportelli, 1.900 in tutta Italia di cui 1.000, ma potrebbero ridursi a 700, indicati dalla sola Intesa Sanpaolo mentre Unicredit ne vorrebbe chiudere 200 nei prossimi due anni dopo aver già ridotto la rete italiana di 800 agenzie negli ultimi tre anni.

Le trattative sindacali sui piani industriali degli istituti di credito sono un work in progress e si muovono sulla griglia di regole generali individuate dall’ultimo contratto collettivo di lavoro.

Anche lo stipendio fisso non è più una certezza visto che gli istituti vogliono spingere il terreno degli accordi sempre più sulla componente variabile delle retribuzioni. Senza contare che con l’aria di crisi che gira sono entrati anche in banca i contratti di solidarietà, che seppure per ora limitati a qualche caso e a pochi giorni l’anno, portano comunque con sé un sacrificio. Mentre continua a funzionare il fondo bancario per l’accompagnamento alla pensione che ha già consente di gestire questa trasformazione senza troppi conflitti.

Sicura infine non è più la carriera, visto che è stato appena avviato un tavolo sindacale sull’inquadramento, per rivedere progressioni e mansioni anche perché col fatto che il turn over è ridotto al lumicino, via via sono aumentati a dismisura i capi mentre mancano gli esecutori.

E poi, ed è questa la parte più consistente della trasformazione, sta cambiando rapidamente il contenuto del lavoro.

Ridotto all’osso, per mancanza di operazioni, l’attività di sportello la parola d’ordine è muoversi.

Se i clienti non vanno in banca, la banca andrà dai clienti, con un rilancio del porta a porta del prodotto finanziario, ma anche del mutuo, del conto corrente e della carta di credito.

E non ci sono qualifiche o carriere che tengano, saranno in pochi a poter restare fermi in agenzia, dove comunque si allungheranno alla sera e al sabato gli orari di apertura.

La banca del futuro? C’è chi la immagina come una sorta di negozio multitasking in cui si continueranno a fare prestiti, mutui e depositi ma in cui troveranno spazio la vendita di polizze Assicurative tipo Rca, e perché no, pure le automobili.

 

Stefania Tamburello

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